MANTOVA: PALAZZO TE’

Il nome non c’entra niente con l’anglosassone rito del tè delle 5: non siamo in uyn castello delle brughiere inglesi, ma nella padana Mantova. Palazzo Tè si chiama cosi’ perchè fu’ costruito su un’isoletta chiamata fin dal medioevo Tejeto, forse dal latino tilietum, localita’ di tigli, e poi abbreviata in tè. Quest’isoletta, circondata dal Mincio, ospitava, nel corso del 400, le stalle della famiglia Gonzaga, che dominava il ducato. Fu Federico II, sotto il quale il prestigio della citta’ crebbe enormemente, che, forse gia’ dalla fine del 1525, incarico’ Giulio Romano, da poco giunto a Mantova, di costruire in quel luogo una villa che sarebbe poi diventata il modello per numerose costruzioni realizzate nello stesso secolo e uno dei centri piu’ attivi e fecondi della cultura manierista nell’Italia settentrionale. Allievo prediletti di Raffaello, il Romano determino’ in ogni sua forma la politica artistica dei Gonzaga, venendo coinvolto, ancor prima dell’inizio dei lavori a Palazzo Te, nella realizzazione della reggia di Marmirolo. Giulio Romano diresse la costruzione e la decorazione di Palazzo te per 10 anni, dal 1525 al 1535, fornendo centinaia di disegni ai suoi allievi per dipingere e modellare a fresco e in stucco le decorazioni delle sale. Dal punto di vista architettonico, il basso corpo principale del palazzo è disposto intorno ad una vasta e monumentale corte quadrata. La costruzione è interamente in laterizio, ma il rivestimento in intonaco la rende simile ad una struttura in pietra, con rivestimento bugnato. Attualmente il palazzo è sede di un importante museo civico e, dal 1990, del Centro Internazionale d’arte e di Cultura di Palazzo Te. Qu8est’oasi di bellezza era un tempo una malsana palude, che la famiglia Gonzaga fece bonificare e recupero’ alla vita, anzi la elesse a luogo di raffinati piaceri e licenze non imbrigliate dall’etichetta di corte. Palazzo te infatti, nelle intenzioni di Federico II, nasceva per diventare spazio di svago e di riposo, in cui si ricevevano ospiti importanti e dove il duca si concedeva qualche scappatella extra coniugale con la sua amante Isabella Boschetti. Il gusto tipico del 500 per i linguaggi cifrati e le ardite simbologie viene pienamente rispecchiato nelle allusioni, spesso  politiche, che sono visibili su tutte le pareti del palazzo. Un simbolo ricorrente ha matrice classica ed è costituito dal Monte Olimpo, circondato da un labirinto che sorge dalle acque. Lo troviamo, per esempio, nelle 2 grandi peschiere che attraverso un ponte portano al giardino del palazzo e nel labirinto in bosso, ormai pero’ scomparso, del giardino stesso. un altro simbolo, preso dai bestiari medievali, è quello della salamandra, che riguarda direttamente il duca. Infatti, vicino alla figura dell’animale, viene spesso posto il motto latino ” quod huic deest me torquet “, cio’ che a costui manca mi tormenta. La chiave per interpretare il simbolo risiede nella convinzione diffusa che la salamandra fosse l’unico animale completamente insensibile agli stimoli amorosi, cosicchè la sua effigie veniva contrapposta alla natura sensuale e godereccia di Federico II, che invece era tormentato dai vizi d’amore, come si legge nella frase in latino. Anche il grande cortile quadrato, compreso tra le mura interne, era adornato con il simbolo classico del labirirnto, in cui si accedeva da 4 entrate poste ai lati. Per quanto riguarda il palazzo invece, l’entrata principale, verso Mantova, è rappresentata dalla cosiddetta Loggia Grande, composta da 3 grandi arcate, mentre a ovest l’accesso è dato da un vestibolo quadrato, con 3 navate separate da colonne. Quella centrale ha volta a botte, mentre le 2 laterali, in ossequio ai dettami vitruviani, che nel 500 ebbero molto seguito, presentano un soffitto piano. Il palazzo si estende sostanzialmente su un solo piano, alto 1\4 della larghezza del complesso. I muri esterni presentano superfici trattate a bugnato, intervallate da false colonne, paraste, a capitello dorico. Le colonne doriche, presenti anche nel cortile, sono un elemento che contrasta con l’elemento classicheggiante dell’epoca. Forse il palazzo era dipinto anche in esterno, ma attualmente i colori sono scomparsi, mentre rimangono ben vivi nei saloni interni, affrescati da Giulio Romano. Oltre ai magnifici affreschi, le pareti delle sale erano orante con tendaggi e applicazioni di cuoio dorato e argentato, le porte fornivano un prezioso esempio di intarsi di bronzo e legno e i caminetti erano ricchi dei piu’ pregiati marmi. La meraviglia di Palazzo te risiede soprattutto nelle sale interne, fra le quali spicca la Sala dei Giganti, affrescata da Romana tra il 1532 e il 1535. Si tratta dell’ambiente piu’ vasto dell’intero palazzo, in cui tutte le superfici risultano dipinte, in modo da non lasciare il minimo angolo vuoto Lo spettatore, entrando e ponendosi al centro della sala, si trova circondato da un fantasmagoria di immagini e colori, come in mezzo a un cosmo che ruota intorno a lui. La stanza è a base quadrata, mentre il soffitto è a cupola e rappresenta l’Olimpo. Il tema della rappresentazione, infatti, è la gigantomachia, cioè la battaglia che Giove ingaggia contro i giganti ctonii, che gli si sono ribellati e tentano di dara la scalata alòla dimora degli dei. Giove, naturalmente, è dipinto nella cupola, mentre i giganti sono posti in basso, colpiti dai fulmini del nume. Il riferimento mitologico è il racconto di Ovidio, ma con 2 differenze: i Giganti, che il poeta latino rappresenta con 100 braccia, come esseri mostruosi, qui invece sono semplici esseri umani; inoltre, accanto a loro, sono presenti alcune scimmie, che nel racconto latino non trovano spazio. Queste discrepanze, secondo alcuni, sarebbero dovute ad una cattiva traduzione del testo latino alla quale il Romano si sarebbe rifatto. Lo stile pittorico richiama la grandiosita’ del maestro dell’autore, Raffaello, mentre l’interpretazione della scena farebbe riferimento alla vittoria dell’imperatore Carlo V, che poco prima della composizione degli affreschi aveva visitato Mantova, sui francesi, qui visti come giganti invidiosi della sua potenza. Una seconda, importante sala è quella detta dei cavalli, destinata ai balli di corte. La sala prende il nome dagli animali piu’ amati dai Gonzaga, i purosangue, che avevano le loro scuderie, poi incorporate nel palazzo, sulla stessa isoletta del Tejeto. Qui i 6 migliori esemplari dell’allevamento, i piu’ amati dai duchi, sono ritratti a grandezza naturale sulle pareti, in un contesto mitologico naturalistico. Al di la’ di colonne corinzie si apre un paesaggio in cui, oltre ai poderosi animali, trovano posto divinita’ mitologiche dentro false nicchie. Il soffitto, in legno, è un capolavoro a cassettoni e rosoni dorati, in cui compaiono ancora i simboli del monte Olimpo e della salamandra ramarro. Per amor di simmetria, questi motivi venivano ripresi anche sul pavimento, che pero’ oggi non è piu’ quello originale. Cosi’ come nella sala dei cavalli aveva voluto testimoniare la sua passione per l’equitazione, in quella di Amore e Psiche rendeva omaggio alla sua favorita, Isabella Boschetto. La sala costituiva la stanza da pranzo di Federico, in un’unione ideale tra le delizie della tavola e dell’alcova: infatti, le pareti sono interamente affrescate con le sensuali immagini della storia di Amore e Psiche, con cui il duca voleva celebrare il suo amore per Isabella. La stanza da letto si trova invece nella Sala delle Aquile. Al centro della volta ancora un magnifico affresco, quello che si riferisce al mito di Fetonte  e alla sua caduta dal carro del Sole: forse ancora un masochistico monito alla moderazione e alla continenza, proprio nell’ambiente dove dovevano consumarsi gli incontri amorosi di Federico. Il nome della sala deriva dalla presenza, nelle lunette degli angoli, di aquile in stucco nero, ritratte ad ali spiegate. Altre sale del palazzo sono quelle dello Zodiaco, delle Imprese, di Ovidio; 2 salette, quella dei Bassorilievi e quella dei Cesari, testimoniano la gratitudine di Federico II verso Carlo V che, nel 1530, gli aveva conferito il titolo di duca. Del resto, come abbiamo visto, l’insistere sulla simbologia olimpica e sulla potenza di Giove, rafforzava le allusioni politiche al dominio incontrastato del sovrano sul cui impero non tramontava mai il sole e a cui Federico doveva molto. Nell’angolo est del giardino, verso il 1530 venne edificato il cosiddetto appartamento della Grotta, un nido ancora piu’ privato e intimo per gli svaghi del duca. E’ posto vicino all’esedra che conclude il cortile interno della villa, composto di poche e piccole stanze. La Grotta propriamente detta è un ambiente utilizzato come bagno: riproduce l’ambiente naturale di una caverna, senza utilizzare i marmi e i preziosi materiali degli interni.Un tempo la Grotta era tappezzata di conchiglie e ingegnosi giochi d’acqua avevano il compito di sorprendere e divertire gli ospiti. Purtroppo, poichè il palazzo segui’ le tormentate vicissitudini degli Stati regionali italiani, spesso dovette ospitare le truppe di eserciti stranieri, che certamente non contribuirono al suo decoro e alla sua conservazione. Spagnoli, francesi, austriaci danneggiarono sculture e affreschi. Anche nella splendida Sala dei Giganti   si possono notare ancora oggi esempi di graffitismo vandalico operati nel corso degli anni. Il palazzo, dopo la fine dei Gonzaga, resto’ in mano agli austriaci fino al 1866, quando venne rilevato del neonato Stato Italiano. Dal 1974 è proprieta’ del comune di Mantova, che ha provveduto a restaurarlo e a trasformare in museo le stanze del piano superiore. Inoltre, il riassestamento dell’orangerie, un giardino che accoglieva piante di arance e limoni durante il periodo invernale, ha permesso di trovare uno spazio per esposizioni temporanee. Le collezioni civiche del piano superiore si articolano invece in 4 diverse sezioni. La prima è quella gonzaghesca, con una collezione numismatica di 595 monete emesse dalla zecca di Mantova, pesi e misure dell’antico ducato e 62 medaglie dell’epoca dei Gonzaga. La Donazione Arnoldo Mondadori, regalata dagli eredi del celebre editore d origine mantovana, vede 19 dipinti di F. Zandomeneghi e 13 di A. Spadini. Chiudono le raccolte civiche 2 raccolte di arte antica: quella egizia, portata a Mantova da G. Acerbi, console austriaco in Egitto che partecipo’ alla spedizione di Champollion nel 1829, consta di reperti che vennero donati alla citta’ di Mantova nel 1840; quella mesopotamica si deve all’architetto e pittore U. Sissa, che tra il 1953 e il 1958 si trovo’ a essere capo architetto a Baghdad e riusci’ a raccogliere circa 250 pezzi artistici che vanno dal 5000 al 1000 a.c.

Risultati immagini per immagine palazzo te

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...