IL FORO DI CESARE

A seguito di un voto fatto prima dello scontro di Farsalo, battaglia decisiva che nella Tessaglia nel 48 a.c. vide schierarsi le legioni fratricide di Cesare e Pompeo e decreto’ le sorti di Roma e del mondo antico, Cesare volle far erigere un tempio dedicato a Venus Genitrix, ossia a Venere genitrice di tutti gli eneadi, quindi i romani, adiacente al foro che sarebbe stato intitolato al suo nome, consapevole dell’inadeguatezza del vecchio foro repubblicano come massimo luogo rappresentativo delle attivita’ civili e amministrative della citta’ eterna. Cesare decise dunque di ampliare l’area simbolo deputata alle funzioni civili. Se ne era gia’ preoccupato in realta’ nel 54 a.c., avendo incaricato Cicerone, ormai lontano dai fasti consolari di 9 anni prima, quando in qualita’ di pater patriae tuonava contro Catilina, di occuparsi dell’acquisto di una vasta area, fondamentale per l’ampliamento del vecchio foro. Da una lettera di Cicerone apprendiamo che il costo fu’ di 60 milioni di sesterzi solo per l’acquisto del terreno; non possiamo quindi ipotizzare la cifra totale, sicuramente esorbitante, a conclusione dei lavori durati un lustro, indice di una costruzione a tempo di record, perchè il foro venne inaugurato durante il solenne trionfo di Cesare del 46 a.c., sebbene completato definitivamente solo quando Cesare era ormai caduto sotto i pugnali dei congiurati nel 44 a.c. e il figlio adottivo Ottaviano aveva preso saldamente in pungo le redini del potere. Lo scavo del foro fu’ realizzato nei primi anni 30 del 900, ma quello che oggi è realmente visibile è solo 1\3 dell’area originale: si trattava di un rettangolo circondato su 3 lati da un duplice portico colonnato con l’ingresso che dava a sud est su un’antica strada che collegava il foro al quartiere popolano e chiassoso della Suburra, tanto descritto, dagli epigrammi di Marziale. In questa lunga e stretta piazza porticata, stando a Stazio, poeta epico di eta’ flavia, campeggia il monumento equestre dedicato a Cesare, ritratto secondo le descrizioni da lui fornite nel De Bello Gallico. L’ingresso al foro odierno è invece di fronte al carcere tulliano, in cui vennero tradotti i catilinari dopo la scoperta della scongiura ordita ai danni della res publica, il colonnato, probabilmente frutto di un tardo restauro di epoca diocleziana dopo l’incendio del 283 d.c., deve aver modificato l’impianto originario, anche se l’aspetto attuale, spazio deputato all’ospitalita’ di tabernae, è quello che risulta dal rifacimento di Traiano. Il tempio dedicato a Venere Genitrix  occupava il fondo della piazza ed era un edificio  a 8 colonne sulla fronte e a 9 sui lati lunghi, cui si accedeva tramite 2 scalette laterali, parte integrante di un podio alto e rivestito, all’epoca della sua costruzione, in marmo§, la cella era scandita da colonne addossate alle pareti sulle quali poggiava un architrave che aveva solo funzione decorativa, scolpito con figure di eroi oggi conservate nei Musei Capitolini, mentre altri frammenti della decorazione sono conservati nelle tabernae del foro. Curiosa in quanto insolita è la soluzione ad abside della cella nella quale era collocata la statua della divinita’ a cui era stato dedicato il tempio, realizzata dal famoso scultore neoattico Arkesilas: innovativa rispetto alla tradizione, ma in futuro archetipo divenuto modello,m si pensi alle absidi delle chiese cristiane. Nel tempio trovavano ospitalita’ alcune opere d’arte, fatto anche questo insolito, tra cui una statua di Cesare, una in bronzo di Cleopatra, la bella regina egizia che prima di innamorarsi di Marco Antonio era stata amante di Cesare e gli aveva dato un figlio, Cesarione, per cui gli ambienti della Roma bene e conservatrice avevano tremato all’idea di una succesisione in chiave dinastica resa possibile dalla presenza di Cleopatra a Roma, vari collezioni di gemme e quadri, tra i quali spiccavano quelli di Timomaco di Bisanzio. La disposizione del tempio di Venere non era casuale: poichè terminava idealmente la piazza del foro, lunga, stretta e porticata, era implicito il voler rimarcare, per quanto in modo sotteso, una discendenza divina per celebrare tutta una gens, la Iulia, a cui appartenevano sia Cesare sia Ottaviano, se poi a questo assetto si vuole aggiungere il particolare della statua equestre di cesare, la finalita’ ideologica e propagandistica è ancor piu’ marcata in quanto soluzione che rimanda a concezioni di stampo prettamente ellenistico piuttosto che a un retaggio di matrice etrusco italica. Dall’antico e repubblicano foro a quello di Cesare, poi a quello di Ottaviano augusto, fino a quello di Nerva, transitorio, e Traiano, monumentale e definitivo: la storia di un simbolo della romanita’ è ricca di colpi di scena, svolte significative per l’urbanistica di una citta’ che deve essere all’altezza del suo nome e offrire soluzioni innovative e intelligenti per adeguarsi alle esigenze di una contingenza che i romani, con la loro proverbiale concretezza, hanno saputo sempre ben interpretare.

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