LA CACCIA DEL MARINAIO ACCHIAPPARATTI

Un tempo, l’equipaggio delle navi che affrontavano gli avventurosi viaggi comprendeva un personaggio indispensabile ai fini della sopravvivenza, nei frequenti periodi di emergenza alimentare: l’acchiapparatti. Per lui, tali ospiti indesiderati, dei quali c’era fin troppa abbondanza sui bastimenti, si trasformavano in un remuneratissimo oggetto di caccia: i morsi della fame spingevano i marinai a comprarli a prezzi che salivano alle stelle, quando si trovavano costretti a dover scegliere fra il disgusto e la sicura morte per inedia.

MONDIALI 1950

Il Congresso della Fifa del 1946 ha deciso che il mondiale di calcio del 1950 venga organizzato dal Brasile. Questa volta ci saranno anche i britannici, Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda, consci che il loro spocchioso isolamento oltre che spocchioso è anche ridicolo. La coppa sembra che abbia per la prima volta i crismi di un Campionato del Mondo planetario. Invece ci sono delle defezioni importanti. La fifa non ha ancora riaccolto la Germania. Si rifiutano di partecipare i paesi dell’Est: gravi le assenze di Cecoslovacchia e Ungheria. L’Austria rinuncia per motivi economici e lo stesso fa il Belgio. Rimane a casa anche l’Argentina, la cui federazione ha litigato con quella brasiliana. Manca anche la Francia, che ha perso lo spareggio di Firenze con la Jugoslavia. Però, per la rinuncia di Turchia e Scozia, viene ripescata e inserita nel gruppo 4, con Uruguay e Bolivia. Per le prime 2 partite le vengono assegnate 2 sedi distanti 3500 Km. Chiede che la distanza venga ridotta, cambiando una delle 2. La domanda non è accolta e allora decide la rinuncia. In questo modo la Francia non partecipa all’edizione dei Campionati che è stata intitolata proprio a Jules Rimet, lo storico presidente della federazione francese e uno dei fondatori della coppa in questione. Dall’ultima edizione, giocata nel ’38, prima della guerra, e vinta proprio dall’Italia, il calcio è molto cambiato. Quasi tutte le squadre sono passate dal metodo al sistema, un modo diverso di disporsi in campo. In Svizzera il viennese Karl Rappan ha inventato il verrou, che in Italia sarà chiamato catenaccio, e che diverrà la bibbia dei difensivisti. Per la fase finale viene inventato un sistema nuovo: 4 gruppi di 4 squadre, i cui vincitori entrano nel girone finale a 4, dove ciascuna formazione deve incontrare le altre 3. Niente eliminazione diretta e niente partita finale. Per ulteriori defezioni dell’ultimo minuto partecipano solo 13 squadre. I favori del pronostico vanno a Brasile e Inghilterra, che ha molti assi nelle sue file, come Wright, Ramsey, Finney, Mortensen, Mannion e Matthews. Il commissario tecnico è Walter Winterbottom, quello del Brasile è invece Flavio Costa. Il Brasile ha appena vinto il Campionato Sudamericano, e tutti i brasiliani si aspettano un trionfo della loro squadra. A Rio hanno appena costruito il più grande stadio del mondo, il Maracanà. Un poco temute sono Spagna, Uruguay e Italia, bicampione del mondo. Ecco, l’Italia. A causa della vicina tragedia di Superga, volare non è cosa di cui si possa parlare. Si decide così che si partirà in nave. Sono 16 giorni di un lungo viaggio fatto di noia e di mancanza di allenamento, aspetti che certamente non possono favorire una prestazione sportiva. Infatti la prima partita giocata allo stadio di Pacaembu di San Paolo, in cui ci tocca la Svezia, viene clamorosamente perduta dai nostri per 3 a 2. Tutti i cosiddetti sportivi italiani si disperano, e gridano allo scandalo, dimenticando che nella formazione avversaria giocavano tali Skoglund, Jeppson, Andersson, Palmer, che avevano preso il posto del famoso trio Gre No Li, Gren, Nordahl e Liedholm, che si era trasferito in Italia. In effetti il primo gol lo segna l’Italia, ma poi gli svedesi ne fanno 3, e a nulla serve il secondo gol italiano segnato quasi alla fine della partita. Cade clamorosamente anche l’Inghilterra, battuta dagli Stati Uniti e dalla Spagna. Al girone finale accedono Brasile, Spagna, Svezia e Uruguay. Il Brasile soffre il catenaccio svizzero ma poi nella poule finale si scatena e in 2 partite segna 13 go. Prima umilia la Spagna, poi schianta la Svezia. Fa assistere a quello che sarà il calcio del futuro. Un cronista lo definisce lussureggiante come la foresta amazzonica. Invece l’Uruguay non entusiasma. La squadra è rimasta fedele al metodo; con Varela, centromediano metodista play maker, sa difendere con energia ed è illuminata dalla mezz’ala schiaffino, che, dopo essersi trasferito in Italia, diventerà il migliore giocatore del Milan. Un’equipe che sa mordere molto bene in contropiede. Il 16 luglio si gioca la partita decisiva: Brasile – Uruguay. Il Brasile ha 4 punti, l’Uruguay 3. Qualora si pareggiasse il titolo sarebbe del Brasile. Praticamente i tifosi brasiliani hanno già iniziato la festa. Samba dappertutto. La partita si trasforma subito in un assedio. I difensori uruguagi si battono come leoni. Il portiere Maspoli para come un dio. Viene salvato dal palo da una cannonata di Jair. Non esiste alcuna differenza fra un’eruzione vulcanica e il Maracana, quando al secondo della ripresa Friaca segna per il Brasile. Ora l’Uruguay se vuole vincere deve segnare 2 gol. Varela, vero regista, concentra il gioco sulle ali, il baffuto Ghiggia e l’esordiente ventenne Moran. Sulla destra del campo Varela lancia Ghiggia, che semina Bigode e centra per Schiaffino, che con un sinistro spettacoloso fa 1 a 1. Poi Ghiggia segna il 2 a 1 battendo il grande portiere Barbosa. Vince così l’Uruguay mentre un silenzio di tomba cala sul Marcana. Il vulcano si è spento di colpo. L’incredibile disfatta brasiliana si chiamerà d’ora in avanti Maracanazo.

Storia del campionato mondiale di calcio - Wikipedia

PALAMITA

Essendo un pesce grasso, è gustosa ma piuttosto deperibile: consumala entro 1 – 2 giorni dall’acquisto. Oppure, riponila in freezer, dove si mantiene 2 – 3 mesi. Simile a un tonnetto, la palamita fa parte della famiglia degli sgombridi e il nome scientifico è sarda sarda. Si tratta quindi di un pesce azzurro che non viene allevato ma solo pescato tra aprile e giugno, e poi tra settembre e ottobre. Abbondante nel Mediterraneo e comune nei mari e nelle cucine di Liguria, Campania, Sicilia e Puglia, quella proveniente dall’Arcipelago toscano è presidio Slow Food. Al mercato trovi interi gli esemplari più piccoli, da cui si ottengono anche i filetti, oppure i tranci, ricavati dai pesci più grossi, che possono raggiungere persino i 10 Kg. Intera o porzionata che sia, verifica che la palamita sia priva di sentori di ammoniaca e che tranci e filetti presentino una ella polpa rosata, che ricorda quella del tonno, senza striature scure, indice di cattiva conservazione. Intera, è ottima cucinata al forno e alla griglia. Puoi anche lessarla, lasciarla raffreddare, ricavare i filetti e disporli in un barattolo capiente con alloro, pepe in grani e peperoncino: copri abbondantemente con olio di oliva, chiudi il barattolo e, prima di gustarla, lascia insaporire la palamita per 24 ore in frigo, dove si conserverà per 4 – 5 giorni. Filetti e tranci si possono cucinare in umido, gratinare con una copertura di pangrattato e aromi, oppure scottate in padella, con olio ben caldo, pochissimi minuti per lato, lasciandoli rosati all’interno. Sfilettare la palamita è semplice: non ha molte spine e i filetti sono spessi e polposi. Però, eliminando testa, coda, interiora e lisca perdi 1\4 del peso iniziale. Con circa 160 calorie per 100 gr, la palamita apporta proteine nobili e l’8 – 9% di grassi, la maggior parte dei quali insaturi, con una buona quota di Omega 3 e 6, utili per tenere sotto controllo il colesterolo.

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ASTUZIE AI FORNELLI: SIGILLO PERFETTO ANCHE CON L’ALLUMINIO

Per evitare la fuoriuscita del condimento o dei succhi che si formano durante la cottura, chiudete bene i cartocci con lo spago da cucina, la rafia naturale o uno stecco di legno. Per un effetto più scenografico, optate invece per un rametto di timo o di rosmarino. Se avete finito la carta forno, potete sempre ricorrere ai classici fogli di alluminio, che si chiudono facilmente, arrotolando e premendo bene i bordi.

FABIO CANNAVARO, IL SUPER CAPITANO

Maglia azzurra, fascia da capitano e braccia sollevate al cielo che brandiscono la Coppa del Mondo vinta nel 2006, in un gesto di esultanza e gioia che ha accomunato un intero paese, questa è l’immagine che tifosi e appassionati di calcio ricordano con più piacere quando si parla di Fabio Cannavaro, il capitano dei capitani. Questo brillante calciatore, anno 1973, è stato tra oi protagonisti più amati nella prima decade del nuovo millennio per le sue straordinarie doti atletiche che lo hanno reso uno dei difensori più apprezzati al mondo, e per il suo carattere combattivo, ma posato e affidabile. Inizia a giocare a pallone a 8 anni nella sua Napoli, assieme a tanti altri ragazzini con il sogni di diventare da grandi dei calciatori, di quelli con la C maiuscola. Negli anni della sua crescita ha la fortuna di vedere con i suoi occhi la cavalcata trionfale del Napoli con l’apoteosi del suo indimenticabile astro, Diego Armando Maradona, nel pieno delle sue doti atletiche. Da lui e da un altro grande protagonista di quei tempi, Ciro Ferrara, subisce il fascino indelebile del periodo d’oro del Napoli, quando un’intera città seguiva l’ascesa di una squadra in piena esplosione agonistica. Quando nel 1987 il team partenopeo conquistava il primo scudetto, Fabio aveva 14 anni e giocava già nelle giovanili della società. Aveva inoltre avuto l’incarico di fare il raccattapalle allo stadio San Paolo, stando così vicinissimo ai suoi idoli e guadagnando la possibilità di studiare da vicino le prodezze del Pide be oro ma, soprattutto, la tecnica di Ferrara, difensore da prendere come esempio per il livello che anche lui avrebbe voluto raggiungere. E in effetti le sue capacità di riuscire a prevedere e anticipare le mosse degli avversari, di costruire la difesa e di sapersi muovere sul campo gli garantirono una visibilità che portò in breve ad aspirare alle massime squadre. Nel 1993, neanche ventenne, disputa la sua prima partita in serie A contro la grande Juventus, proprio accanto a Ferrara, mettendo in evidenza da subito tutto il suo potenziale tecnico. Nel 1995, a causa dei problemi economici della sua società ormai in declino, il Napoli lo vende al Parma e lì ha modo di organizzare un’efficientissima difesa insieme ai colleghi Thuram e Buffon che consentono alla squadra di imporsi, in tutto il suo periodo di permanenza, in ben 2 Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa. Nel 2002 viene ingaggiato dall’Inter, dove milita per un biennio, senza tuttavia brillare come aveva fatto in precedenza. Nel 2004 passa alla Juventus dove per un periodo ricompone la difesa d’oro dei tempi giallo blù, ma lo scandalo stava per travolgere la squadra e, quando affonda in Serie B, Cannavaro si trasferisce in Spagna per indossare la maglia del Real Madrid. Era il 2006 e quell’anno si rivelò particolarmente importante. Già da tempo Fabio giocava in Nazionale, da principio con l’Under 21 e poi con la prima squadra diventandone dal 2002 il capitano, ruolo ereditato da Paolo Maldini. Nell’estate dell’ 2006 l’Italia arriva in finale contro la Germania e, quando è chiaro che gli Azzurri ce l’hanno fatta, è lui a rappresentare l’entusiasmo di una nazione in festa. Del resto se lo meritava, perchè la sua presenza in campo era stata fondamentale e la vittoria era coincisa con la 100° presenza in Nazionale. A fine anno raccoglie i frutti di una stagione ricca di successi coronando la sua carriera con l’ambitissimo Pallone d’Oro, che solo altri 4 giocatori italiano hanno vinto, e con il Fifa World Player, unico a riceverlo dopo Baggio. Dopo la vittoria di 2 campionati con la squadra spagnola, nel 2009 ritorna in Italia richiamato dalla Juventus, che nel frattempo si era risollevata, suscitando diverse polemiche da parte dei tifosi che consideravano il suo addio nel momento di difficoltà come un tradimento. Nonostante tutto, il suo ingaggio prevedeva la militanza per 1 anno con la possibilità di rinnovarla per una seconda stagione, ma la società decide di non esercitare questa opzione e Cannavaro nel 2010 si trasferisce in Asia per una nuova avventura come capitano dell’Al Ahli, la squadra di Dubai. A quasi 38 anni, nell’estate del 2011, il super capitano a deciso di appendere le scarpette al chiodo, concludendo la sua carriera, coronata di successi e soddisfazioni, per un insistente cruccio fisico che gli ha impedito di portare a termine, come sperava, la stagione con l’Al Ahli. Già da qualche tempo i problemi alla cartilagine del ginocchio avevano compromesso gli allenamenti e le prestazioni in partita. Uno stop prematuro ma prevedibile nel cursus honorum di un giocatore in età matura, che ha lasciato un po l’amaro in bocca, ma che non cancella la sua straordinaria storia sportiva che conta la cifra record di 137 presenze in Nazionale, della quale per 8 anni è stato il capitano in 79 incontri. Dopo il suo ritiro, che era ormai nell’aria, ha firmato un contratto dirigenziale che lo lega alla squadra degli Emirati Arabi per un altro triennio come consulente tecnico. Nel 2012 il giocatore napoletano passerà al Bengal Tuskers, squadra della neonata Premier League indiana.

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PIZZ AVELOCE

  • 250 gr di farina
  • lievito
  • 140 gr di acqua
  • 1 cucchiaio di sale
  • 2 cucchiai di olio extra vergine di oliva

Versa in un contenitore la farina con il lievito, aggiungi e mescola un po alla volta i restanti ingredienti. Stendi il panetto, con le dita unte di olio, nella teglia da forno. Aggiungi il condimento. Cuoci in forno preriscaldato a 220° fino a doratura.

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ROMANI

” Nemmeno le foreste e le zone ove la natura si presenta nel suo aspetto più selvaggio sono affatto prive di piante officinali: non c’è luogo ove quella santa madre di tutte le cose non ne metta a disposizione all’uomo, al punto che il deserto diviene fonte di medicinali”. Così scrive Plinio il Vecchio nella Naturalis historia, un’opera in 37 volumi in cui fra l’altro descrive le virtù terapeutiche delle piante. Ma il suo non era un approccio critico, per cui capita che fantasia e superstizione si confondano con la realtà. Dal lato specialistico, invece, i migliori medici del periodo dell’impero romano riunirono in opere scientifiche le conoscenze relative ai medicamenti. Pedanio Dioscoride, di nascita greca e poi divenuto cittadino romano, fu il più grande maestro di farmacognosia del suo tempo. Nei 5 volumi del suo trattato De materia medica descrisse oltre piante officinali, i luoghi in cui si potevano reperire e le droghe che ne derivavano, raggruppandole secondo i loro effetti fisiologici. in maniera empirica, senza speculazioni filosofiche, Dioscoride era interessato a capire come il clima o il luogo influenzassero la potenza della pianta, quando raccogliere le diverse piante delle piante e come conservarle, perchè alcune di loro mantenessero la loro efficacia medicinale più a lungo di altre. Le sue brevi descrizioni, ordinate e precise, hanno fatto sì che l’opera fosse utilizzata e studiata per tutto il medioevo fino al rinascimento. Dioscoride è oggi considerato il padre della botanica medica. Allo stesso modo si parla di Claudio Galeno, come del padre della farmacia. Nella sua opera, De simplicium medicamentorum temperamentis et facultatibus, elenca 473 droghe vegetali, spiega la differenza tra un medicamento semplice e uno composto e il modo di trasformare i primi nei secondi, cioè in preparazioni farmaceutiche adatte alla somministrazione. Queste ancora oggi sono dette preparazioni galeniche. La sua teoria degli umori, per cui esistevano malattie calde, fredde, secche e umide, gli suggerì il metodo contraria contrariis curantur, ossia di applicare medicamenti con azione opposta a quella del male: una malattia calda va curata con farmaci refrigeranti e cosi via.

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SAINT GERMAIN

il conte di Saint Germain non era conte e non era nemmeno Saint Germain. Chi veramente fosse non lo sapevano i suoi contemporanei, nè lo sappiamo noi, nonostante i molti studi e le molte ricerche effettuati sul conto di questo misterioso personaggio. L’unica cosa certa è che dal 1748 al 1760 visse a Parigi disponendo di grandi mezzi e conducendo una vita molto dispendiosa. Le voci sul suo conto furono, e sono, molte. Qualche studioso ha creduto di poter stabilire che fosse nato intorno al 1700, figlio illegittimo di Maria Anna di Neuburg, vedova di re Carlo II di Spagna. Qualche altro studioso ha avanzato l’ipotesi che fosse un uomo d’affari ebreo e portoghese, fuggito dal suo paese dopo aver fatto bancarotta. Nessuna delle 2 ipotesi può vantare, però, il conforto di prove certe. Lui, dal suo canto, non si sbilanciava. Soltanto in rare occasioni, e nella ristretta cerchia delle amicizie intime, si lasciava sfuggire, quasi controvoglia, di avere più di 300 anni e di aver preso parte al Concilio di Trento, che si svolse, non dimentichiamo, dal 1545 al 1563. Di professione, per dirla con un termine dei nostri giorni, Saint Germain faceva il guaritore, al servizio della nobiltà francese dell’epoca. Entrò nelle grazie della Pompadour, che lo presentò al suo amante, il re Luigi XV. E il re, conquistato dal suo fascino e dalla sua intelligenza, gli affidò immediatamente alcune delicatissime missioni segrete. La Parigi del 18° secolo aveva 2 anime: da un lato i grandi pensatori dell’Illuminismo che, in nome della ragione, gettavano le premessa di quella che sarebbe passata alla storia come la “Rivoluzione francese”; dall’altro lato vi prosperavano maghi e alchimisti, guaritori e ciarlatani, avventurieri e truffatori che, pescando nel torbido, riuscivano a fare la bella vita fino al momento in cui non si mettevano in urto con qualche potente che li costringeva a cambiare aria molto rapidamente. Basterà fare i nomi del medico esoterico Mesmer, di Cagliostro, di Casanova. E, appunto, di Saint Germain. A differenza di Cagliostro e di Casanova, che lo conobbero entrambi, Cagliostro si professava addirittura suo discepolo, Saint Germain non ebbe mai disavventure giudiziarie, ma soltanto politiche. Non finì in carcere, non subì processi clamorosi nè si distinse per grandi conquiste in campo sentimentale. Non scrisse libri, che avrebbero chiarito in parte il suo mistero, nè dettò memoriali. Quello che si sa con assoluta certezza è che fù dotato di un’intelligenza superiore, posta al servizio di una cultura smisurata. Parlava in tutte le lingue, di qualsiasi argomento, dalla storia alla filosofia, alla chimica, alla matematica. Dimostrò in più occasioni di avere realizzato la grande chimera di tutti gli alchimisti del suo tempo: la trasformazione del metallo vile in oro. Affermò di avere scoperto l’elisir di lunga vita, che non volle rivelare ai suoi contemporanei giudicandoli forse troppo immaturi per ricevere un dono così grande. Come Casanova fu uno dei più assidui consulenti della vecchia e ricchissima marchesa D’Urfè, la cui vecchiaia fu dominata dall’idea fissa di ringiovanire, tornare bambina. Casanova ne approfittò per spillarle un bel mucchio di quattrini. Saint Germain molto probabilmente fece lo stesso ma, più astutamente, non lo disse in giro. Massone, come Cagliostro, cadde in disgrazia nel 1760, inimicandosi il duca di Choiseul per i suoi intrighi orditi allo scopo di negoziare una pace separata con al Prussia. Dovette abbandonare la Francia di gran carriera, senza riuscire a portare con sè i propri averi. Ma non dovette preoccuparsene troppo, dal momento che nel 1762 lo ritroviamo in Russia, a Pietroburgo, dove prende parte alla congiura che porterà sul trono Caterina II. A differenza di Cagliostro e di Casanova, che passavano con disinvoltura dal mondo dell’aristocrazia a quello del popolo, Saint Germain rimase sempre in contatto unicamente con i potenti, ai quali somministrava le perle della sua scienza e della sua intelligenza. Piaceva molto alle donne, e le donne, a quanto pare, piacevano a lui, ma, molto più discreto di Giacomo Casanova, non ne parlava mai in giro. Dalla Russia passò alla Germania, e ancora una volta si sistemò bene: nel castello di Carlo d’Assia, grande cultore di scienze occulte, al quale non sembrava vero di poter ospitare sotto il proprio tetto la massima autorità del suo tempo in fatto di esoterismo. In Germania Saint Germain conobbe uomini come Goethe e Schiller, che avrebbero voluto conoscerlo meglio, diventare suoi amici, ma nemmeno a loro diede confidenza, forse per non essere costretto a sciogliere il velo di mistero che lo circondava da sempre. Un giorno, come lui stesso aveva predetto, scomparve nel nulla. La sua fine, come l’intera sua vita, è rimasta avvolta nel mistero. Qualche studioso ha creduto di poter stabilire la data della sua morte nel 1780, o 1784, nello Schleswig. Qualcun altro lo fa morire nella terza decade degli anni 80 in località imprecisata, alla bella età di oltre 120 anni. Secondo quanti lo conobbero in vita e lo idolatravano, Saint Germain non è morto. Ha soltanto cambiato pelle, diventando qualcun altro e continuando a compiere i suoi prodigi. Di tutti i grandi avventurieri del 18° secolo Saint Germain fu, in ogni caso, il più aristocratico. Fu un truffatore, senz’altro, ma fu un truffatore gentiluomo.

COZZE E VONGOLE

Protagoniste di ricette dall’inconfondibile sapore di mare, cozze e vongole sono tra i molluschi più diffusi nella cucina italiana. Anche se spesso compaiono insieme sulla nostra tavola, sono molto diverse tra loro, a cominciare da dimensione, forma e colore delle valve. le cozze sono allungate, mediamente di 6 cm e di colore nero violaceo; le vongole sono grandi al massimo 3 cm, bruno chiare o giallo grigiastre con raggi striati o composti da linee punteggiate. Il frutto della cozza, arancio o giallo e carnoso, può essere consumato anche da solo in piatti classici come l’impepata; quello della vongola, invece, piccolo e di colore perlato, si usa soprattutto nei sughi e negli intingoli. In entrambi i casi si tratta di molluschi filtratori che si nutrono di plancton e particelle organiche in sospensione nell’acqua; ma, a differenza della cozza, che vive aggrappata a rocce o altri sostegni, la vongola si trova sui fondali sabbiosi e per questo motivo deve essere spurgata prima dell’utilizzo in cucina. Non è consigliabile mangiare cozze e vongole crude a causa della possibile presenza di batteri pericolosi, eliminati solo dalla cottura. I molluschi dalla conchiglia rotta vanno scartati perchè sono morti e contengono tossine. Si trovano tutto l’anno, ma i mesi migliori per gustarle vanno da giugno a dicembre. Devono essere integre e ben chiuse, in confezioni con nome, provenienza, scadenza e luogo di depurazione. Dopo l’acquisto, questi molluschi devono essere conservati nella parte più fredda del frigo per un giorno. Una volta aperti in padella o cotti, si conservano in frigo per 2 giorni e in freezer per 2 mesi.

COME SI PULISCONO:

COZZE: con un coltellino appuntito a lama corta elimina il bisso, il gruppo di filamenti che fuoriesce dalle valve; poi rimuovi le eventuali incrostazioni strofinando le valve con una paglietta oppure con una spazzola dalle setole molto dure. Quindi lavale con cura e scolale.

VONGOLE: Sciacquale sotto l’acqua fredda, mettile a bagno per almeno 2 ore in una ciotola con acqua e sale; cambia l’acqua almeno 3 – 4 volte, in modo che spurghino tutta la sabbia contenuta. Quindi scolale e sciacquale.

Per aprire le cozze e le vongole in padella, aggiungi un filo di olio, aromi a piacere e un po di vino bianco, poi trasferisci su fiamma vivace e copri con il coperchio. Basteranno pochissimi minuti per farle dischiudere. Il liquido rilasciato dai molluschi durante questa operazione, opportunamente filtrato, può essere usato come fondo di cottura.