FRUTTI AVVELENATI

Limitare le proteine animali, bere molta acqua, consumare almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno. Quante volte le abbiamo sentite queste raccomandazioni, su cui tutti i medici e i nutrizionisti concordano. LA dieta mediterranea è ottimale per mantenersi in forma a lungo; mangiare tanto pesce allunga la speranza di vita, come insegna l’esempio del Giappone, uno dei paesi in cui si muore più tardi. Oggi pare proprio che della frutta non si possa fare a meno, ma in passato è sempre stato così? Non si direbbe, almeno a giudicare dalle abitudini alimentari dei nostri antenati medievali, che Massimo Montanari, in un recente saggio, ha dimostrato essere notevolmente lontane dalle nostre. La frutta, nel medioevo, era una sorta di oscuro oggetto del desiderio. La sua natura deperibile, in assenza di refrigeratori artificiali, la rendeva ancor più ricercata e desiderabile, un vero e proprio status symbol. I villani, che pure vivevano in campagna, preferivano cibi più sostanziosi, duraturi e calorici: le dolci grazie di pere e mele erano appannaggio dei nobili, sulle cui mense non mancavano mai. A rendere ancor più piccante questa attrazione c’era il gusto del proibito. La frutta, infatti, era caldamente sconsigliata dai medici dell’epoca. A desiderare una bella mela non si commetteva più peccato come Eva nel giardino dell’Eden, ma si rischiava di compromettere la propria salute. Su questo punto punto tutti i medici erano categorici. Inoltre, a differenza dei ceti meno abbienti, che pensavano a come mettere insieme il pranzo con la cena e a riempirsi lo stomaco come meglio potevano, i signori erano molto attente a seguire diete appropriate. Non bisogna credere che nel medioevo vigesse una sorta di grossolana anarchia alimentare, che i precetti che abbinavano gastronomia e salute erano presi in attenta considerazione. Cottura, condimento, criteri di abbinamento dei cibi, tutto seguiva una determinata logica, che in sostanza si rifaceva alla teoria dei 4 elementi, formulata dalla filosofia greca. Il macrocosmo, l’universo, e il microcosmo, cioè l’individuo, sono formati dall’unione di 4 elementi: acqua, aria, terra e fuoco, abbinati alle rispettive qualità primarie, umido, secco, freddo,caldo. La salute dell’organismo dura finchè tra questi 4 elementi c’è equilibrio: se uno prevale rispetto agli altri, occorre correggere lo squilibrio con un’apposita dieta. Tra i cibi a rischio era contemplata anche la frutta, classificata come fredda e acida. In un periodo in cui si paragonava ancora il processo digestivo a una pentola in ebollizione e dunque bisognosa di un certo grado di calore per funzionare, un alimento freddo non era adatto per essere facilmente assimilato dallo stomaco. La frutta, e in particolare le pere, non doveva essere consumata a pasto, ma semmai somministrata su ricetta medica solo come correttivo a particolari disturbi. Qui però cominciavano i guai. I golosi di frutta non ci stavano e spesso, tra medico e paziente, si intavolavano vere trattative la cui posta era la concessione di qualche fico maturo, un rametto di ciliegie, mezzo melone. Francesco Petrarca, che notoriamente sapeva resistere a tutto tranne che alle tentazioni, oltre ai sensi di colpa per amare Laura, ne aveva anche altri di natura alimentare. Ghiotto di pere, per giunta quelle un po acidule, non si capacitava del fatto che il suo medico, Giovanni Dondi, gliele avesse proibite. A Francesco Datini, uno dei mercanti più ricchi del 1400, il dottore aveva proibito mele, castagne e pere. Raccomandandogli parsimonia verso i frutti ai quale portate sì dolce amore, gli concedeva, ma solo prima dei pasti, mandorle, nocciole, qualche fico e un po di uva. Ma la frutta era una tentazione troppo grande: se veniva messa in tavola non si poteva resistere, nonostante il parere della scienza. Tra medici e pazienti si rischiava il muro contro muro e così si escogitarono strategie per un compromesso che salvasse la gola degli uni e la reputazione degli altri. Il frutto su cui ci si venne incontro fu anche quello più succulento e potenzialmente pericoloso: la pera. Si decise che si potevano mangiare pere solamente a 2 condizioni: che si bevesse sopra del vino e che fossero cotte. Musica per le orecchie di chi, oltre ai piaceri della frutta, indulgeva anche a quelli di Bacco. Perchè il vino? Sempre in base alla teoria dell’equilibrio, se la pera è per natura un cibo freddo, occorreva bilanciarne gli effetti con qualcosa di caldo, per poterla digerire meglio. Fioriscono allora in Europa una serie di motti e proverbi volti a richiamare alla mente il concetto. La seconda soluzione era la cottura, per la stessa ragione di prima, cioè temperare il freddo con il caldo. Meglio se avveniva con l’aggiunta di qualche spezia come cinnamomo, coriandolo, anice o finocchio. Se poi la bollitura si faceva direttamente nel vino, era il trionfo della salute.

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