JEFFREY DAHMER, IL CANNIBALE4

Siamo abituati a pensare che i grandi delitti e i grandi criminali appartengano al XIX secolo o all’inizio del XX e che siano un retaggio del passato, scomparsi come i calessi e la Bella Epoque. I mostri sono ancora tra noi, negli anfratti e nelle pieghe della nostra società del benessere. Sono, solitamente, individui insospettabili, con un lavoro normale e una casa normale. Ha dato raccapriccio la scoperta di Jeffrey Dahmer, uno dei più efferati criminali di ogni tempo, che viveva a Milwaukee, Stati Uniti, nel generale disinteresse. Qualcuno dei vicini di casa, nel moderno appartamento nel quale abitava, avrà pur sentito le grida delle vittime, sarà pure stato disturbato dal fetore della decomposizione dei cadaveri che proveniva dall’abitazione, ma nessuno si è posto domande, nè ha segnalato la cosa alle forze dell’ordine. E quando finalmente queste sono state avvertite, hanno preferito lavarsene le mani, all’insegna del tira a campare. Con il risultato che 17 giovani della città sono stati barbaramente assassinati, e 17 sono le vittime accertate e identificate, ma esiste il fondato sospetto che la cifra possa essere più alta. Tutto ha avuto inizio una notte nell’estate del 91, quando una pattuglia della polizia di Milwaukee si imbattè in un giovane di colore che, completamente nudo e con i polsi ammanettati, correva gridando frasi senza senso. Fermato, il ragazzo, che si chiamava Tracy Edwards, 25 anni, continuò a proferire frasi sconnesse, brandelli di discorso nei quali parlava di un uomo che, dopo averlo attirato nella sua casa, aveva tentato di ucciderlo, come aveva assassinato altri disgraziati i cui pezzi apparivano qua e là, sugli scaffali e sui pavimenti. Buon per Tracey che i poliziotti, sia pure con beneficio d’inventario, gli abbiano creduto, perchè nel maggio precedente, in un episodio analogo, un ragazzo di 14 anni si presentò alla polizia nudo e ammanettato, ma i poliziotti, convinti dall’apparenza normale di Dahmer, glielo riconsegnarono. E quel ragazzo divenne una delle sue vittime. I poliziotti che avevano fermato Tracey lo seguirono fino all’appartamento di Jeffrey Dahmer, un biondino di 31 anni, di razza bianca, dall’aspetto inoffensivo. L’uomo li fece entrare nella sua casa e quello che i poliziotti videro fu più agghiacciante delle immagini del più macabro film dell’orrore. Dappertutto, in un fetore insopportabile, si vedevano pezzi di cadavere. Mani e piedi sbucavano da sotto i letti. Parti di organi interni erano disseminati in vasetti e in pentole. L’appartamento brulicava di mosche, topi e scarafaggi. I 2 poliziotti, dopo essersi sentiti male e avere vomitato, chiamarono rinforzi. La perquisizione dell’appartamento portò ad altre allucinanti scoperte: nel frigo c’erano 3 teste mozzate e cucinate. Altri reperti saltarono fuori da tutti gli angoli. Per portare a termine il loro lavoro gli inquirenti dovettero proteggersi con maschere antigas e bombole di ossigeno. Jeffrey Dahmer, per nulla sconvolto, confessò immediatamente. Era omosessuale e invitava i ragazzi conosciuti nei bar a casa sua, li ubriacava e, alla fine, li uccideva e si nutriva delle loro carni. Nella sua follia fotografava ogni momento del sacrificio, conservando le fotografie in un album che custodiva gelosamente. A Jeffrey Dahmer vennero attribuiti 17 delitti, tutti compiuti a Milwaukee negli anni precedenti, ma gli inquirenti avevano dei dubbi sul passato dell’uomo: quando Dahmer prestò servizio in Germania 5 donne vennero assassinate e orrendamente squartate. Era stato lui l’assassino? E quante altre persone aveva ucciso nei 13 anni, da lui stesso confessati, della sua feroce attività? Ma ciò che maggiormente sconcerta è l’impunità di cui Dahmer aveva sempre goduto. Inutilmente suo padre, parecchi anni fa, si era rivolto alle autorità segnalando le anomalie di comportamento di suo figlio e facendo presente che avrebbe dovuto essere controllato e curato. La segnalazione non venne presa in considerazione. Un anno prima, in un esatto replay, un altro ragazzo nudo e ammanettato era stato riconsegnato dai poliziotti al criminale, il quale si giustificò parlando di una lite tra innamorati. E potè portare a termine indisturbato il suo lavoro di follia e morte. Al processo Jeffrey Dahmer venne condannato al carcere a vita e furono in molti, in tutti gli Stati Uniti, a deprecare che il mostro non fosse stato condannato a morte. La vita di Jeffrey Dahmer, in ogni caso, era destinata a finire nella violenza. Nel 1994 il serial killer, soprannominato dalla stampa il mostro di Milwaukee, dopo essere sopravvissuto al tentativo di strangolamento a opera di un detenuto, è stato ucciso, mentre faceva la doccia, da un altro omicida.

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