LA VECCHIAIA PUO’ ATTENDERE

Simone de Beauvoir diceva che si invecchia quando ci si sente vecchi o quando gli altri vi fanno sentire tali. E’ indubbio che, dopo una certa età, il corpo non risponda più come quando si aveva 20 anni e tutti subiscano, chi più chi meno, un rallentamento delle funzioni vitali. Tuttavia, il rapporto tra invecchiamento e creatività è ancora tutto da studiare e, sotto questo profilo, la cosidetta terza età ci potrebbe rilevare molte sorprese. Non è assolutamente detto che con il passare degli anni la mente debba chiudere e spegnere progressivamente con il corpo. La vicenda personale di molti artisti dice anzi il contrario. Ce ne sono stati alcuni, tra i più grandi, come Michelangelo, che il meglio di sè lo hanno dato in età matura. Nella seconda metà dell’800 un mito romantico associava la creatività artistica alla gioventù scapigliata, che buttava via se stessa consumandosi come una candela nell’oppio, nell’assenzio, nella tubercolosi. L’artista doveva essere un bohemien, che si crogiolava nella sua emarginazione, roso dal maligno demone dell’arte che lo avrebbe spremuto come un limone e poi portato alla tomba in età ancora verde. Il mito della gioventù dell’artista è morto con il romanticismo. La realtà ha dimostrato che ance l’artista può concedersi una lunga vita attiva, seppur con la fatale diminuzione di alcune capacità fisiche, che colpiscono di più chi si cimenta nelle arti figurative, come la destrezza manuale, l’acutezza della vista, il coordinamento dei movimenti. Ma la perdita della perfetta efficienza fisica non è così decisiva. Una ginnasta viene ritenuta vecchia a 20 anni, una ballerina a 30 brucia i suoi ultimi anni, a 40 le attrici del cinema già si fanno ritoccare il viso, ma i filosofi, gli scrittori, i musicisti, i pittori, gli scultori possono aspirare a carriere molto più lunghe. Certo non si potrà pensare di mettersi a 70 anni a risalire in piroga il Rio delle amazzoni prendendo a pagaiate i caimani, ma mantenere la stessa tensione creativa di quando si era giovani è possibilissimo per tutti. Non si tratta di far lavorare solo ed esclusivamente i sensi, ma anche l’immaginazione e la fantasia. Proprio l’immaginazione è quella facoltà speciale che possiedono gli artisti, che permette loro di creare una realtà nuova a partire da quella in cui vivono. Dunque non è fondamentale se non ci si vede o non ci si sente come prima. Tutti comprendono quanto la facoltà della vista sia essenziale per un pittore. Specialmente per un pittore che al colore dava grande importanza come Claude Monet. Impressionista, affascinato dagli effetti della luce sulle cose, si augurava più di ogni altra cosa la perfetta efficienza dei suoi occhi. Che invece lo tradirono. Con l’età accusò i primi disturbi che significavano un’incipiente cataratta. Oggi basta un piccolo intervento per restituire ai malati una buona qualità della vista, ma agli inizi del secolo scorso la cataratta significava una condanna alla cecità: la chirurgia era ancora primitiva, l’optometria molto limitata e la rettifica di precisione per lenti correttive, dopo un’operazione, estremamente difficile. Monet aveva la cataratta e, all’inizio, gli era crollato il mondo addosso. Aveva rimandato l’operazione, rifugiandosi lontano da Parigi, a Giverny, in una casa con un giardino dove c’erano stagni e un ponte giapponese. Nonostante io disturbi alla vista, Monet continuò a dipingere fino agli 80 anni inoltrati. Identificava i colori dal nome sull’etichetta dei tubetti, la luce del sole gli dava fastidio, gli oggetti diventavano nere sagome e gli occhiali deformavano la realtà che gli stava intorno. Ma lui dipingeva. Non fotografava la realtà, la ricreava. Registrava le sue impressioni visive, che erano cambiate agli anni della sua giovinezza, ma i temi cari alla sua pittura erano sempre gli stessi. Le persone creative, che non sanno di essere vecchie, non lo diventano. Renoir dipingeva su una sedia a rotelle, con il pennello non impugnato, ma legato alla mano paralizzata dall’artrite; Matisse, non poteva reggersi neppure in piedi, ma creava pitture murali dipingendo con l’aiuto di una lunga bacchetta. Il grande Picasso non diventò mai vecchio, continuando a creare in canottiera nel suo studio. La perdita della creatività non è la necessaria conseguenza dell’età che avanza, ma un sintomo patologico che c’è qualcosa che non va. Non è la regola, è l’eccezione a cui non ci si deve abituare. Finchè si percepisce il mondo intorno a sè, si ha sempre qualcosa da dire e da dare agli altri. Anche con tutte le loro difficoltà fisiche, gli anziani sono da rispettare e ascoltare, senza per questo trattarli con una compassione affettata, che produce solo l’effetto di umiliarli. Sicuro che non siano più felici di noi? Nella sua autobiografia il regista Luis Bunuel ricorda la madre, che aveva completamente perso la memoria nei suoi ultimi anni di vita. Leggeva sempre la stessa rivista, dimenticandosela subito dopo e riprendendo la lettura con gioia vorace. Era felice come una bambina. Lo scrittore Garcia Mrquez dice che provare piacere e poi dimenticarsi di tutto può essere una benedizione, perchè i bei ricordi sono il seme della nostalgia. Per questo gli animali non invecchiano mai.

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