ART TATUM, IL DIO DEL PIANO

Se la tecnica e il virtuosismo possono essere considerati il metro di misura per giudicare un musicista, allora Art Tatum è stato, e per molti versi è ancora, uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi, un imprescindibile punto di riferimento per tutti gli appassionati di questi genere. Il suo strumento era il pianoforte e del pianoforte era diventato il dio. Non era solo il virtuosismo la sua dote principale, a coadiuvarlo contribuiva il geniale talento per l’improvvisazione che creava effetti strabilianti e superlativi in ogni jam session. Questo straordinario artista statunitense non ebbe una vita facile. Nato a Toledo, in Ohio, nel 1909 ebbe, fin dalla tenera età, dei problemi di salute. Una grave forma di cataratta gli aveva menomato la vista a tal punto da renderlo cieco da un lato e semicieco dall’altro. Ciò probabilmente contribuì ad affinare altri sensi, l’udito in primis e il tatto, acquisendo una straordinaria scioltezza nell’uso delle mani. La musica divenne sua compagna nella crescita e imparò a suonare diversi strumenti tra cui il violino, con il quale in seguito debuttò, e naturalmente il piano. Nell’adolescenza ricevette un’infarinatura generale, ma non seguì pedissequamente corsi di musica, arrangiandosi per lo più da solo, cosa che rese ancora più evidente la predisposizione naturale per le 7 note e tutto ciò che con esse si poteva creare. A dire il vero molto influenza ebbero i grandi artisti dei primi del 900, ascoltati da Art con ammirazione, che ad Harlem avevano dato vita a un nuovo modo di suonare di grande impatto trainante; lo stride piano. Verteva su assoli costruiti sull’abilità tecnica, con il risultato dio ottenere melodie innovative delle quali James P Johnson divenne uno dei principali interpreti. Fu poi Fats Waller a reinterpretarlo in maniera del tutto personale. Assieme a lui, negli effervescenti anni 20, un altro pianista si distinse per l’estro innovativo: Earl Fatha Hines, mago dell’improvvisazione senza schemi. All’ombra di questo fertile substrato, crebbe Tatum che negli anni 30 si ricavò uno spazio tra i big del jazz imponendosi come solista. Sbarcò a New York nel 1932, ma nel suo stato già da qualche anno aveva raggiunto una certa notorietà. Rivelò tutte le sue capacità accompagnando le esibizioni della cantante Adelaide Hall. Durante i concerti i suoi assoli restavano impressi per la velocità inaudita che aveva nel muovere le mani, la precisione esecutiva e la fantasia armonica che precorreva i tempi, con il risultato che la sua tecnica avrebbe inciso fortemente sulle evoluzioni successive del jazz. Oltre a questo, si parlava di lui anche per il suo carattere competitivo, che lo spingeva ad affrontare le numerosissime disfide musicali a oltranza che animavano, in quei tempi, le serate a suon di jazz. La fama di Tatum aumentava di giorno in giorno, soprattutto, cosa assai rara, tra gli addetti ai lavori che concordavano nel definire le sue doti stupefacenti. Si trovarono così a tessere le sue lodi i rappresentanti principali del panorama musicale del 900, artisti come Rachmaninov e Horowitz, come del resto capitava invariabilmente a chi assisteva ai suoi concerti o sentiva le sue registrazioni. Fin dai primi tempi nella Grande Mela aveva cominciata ad incidere sia da solista che come session man con altri artisti, rendendosi parte attiva di quella grande, rinnovata, incidenza che ebbe questo genere negli Stati Uniti negli anni 30 e 40. Il suo repertorio era versatile, dal momento che egli poteva suonare ogni sfumatura con la stessa agilità e morbidezza, con risultati impeccabili. Nel 1943 si adoperò per dare vita ad un trio. Ne facevano parte il bassista Slam Stewart e il chitarrista Tiny Grimes e con loro continuò a suonare nei locali riscuotendo sempre grandi apprezzamenti. Compose anche della musica propria ma in questo campo non eccelse. Il dio del piano non aveva tuttavia bisogno di conferme; conosceva bene il valore di ciò che faceva e utilizzava il suo estro creativo per allontanarsi dalla sicurezza delle tradizionali coordinate melodiche per perlustrare combinazioni inedite del sound, mettendo così le basi per lo stile bebop. Il grande pianista americano si spense prematuramente a Los Angeles, all’età di 47 anni nel 1956, minato nel fisico dall’abuso di alcol. Moriva così uno dei più amati protagonisti del jazz del 900, che tanto contribuì all’evoluzione tecnica della musica, ma che tanto avrebbe probabilmente potuto dare, lasciando in eredità le sue insuperabili registrazioni, varie foto in bianco e nero che lo ritraevano al piano e qualche raro frammento video.

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