IL GIAGUARO, IL MAESTOSO PREDATORE DELLA GIUNGLA

Questo magnifico felino selvatico è senza dubbio il predatore per eccellenza delle foreste del Centro e del Sud America. Parente stretto del leone e della pantera, il giaguaro ha avuto un’evoluzione analoga a quella dei consimili, tutti derivati dalla panthera augusta, una specie vivente tra 1.6 milioni e 100000 anni prima della nostra era. Da quell’esemplare derivò in seguito la panthera onca, corrispondente al giaguaro odierno, ma di maggiori dimensioni. Nel corso della sua evoluzione, infatti, le zampe si accorciarono e il corpo divenne più snello e corto, fino a d assumere le proporzioni attuali. Oggi il giaguaro continua ad interessare gli esperti ed i ricercatori di tutto il mondo, poichè si tratta di uno dei predatori meno conosciuti, sia per le difficoltà di osservarne le abitudini e comportamenti nel folto della foresta, l’unico habitat in cui vive, sia per lo scarso numero di esemplari presente in una regione relativamente poco estesa. Ma in questi ultimi anni i ricercatori hanno potuto approfondire notevolmente i loro studi, riuscendo, almeno in parte, a colmare le lacune del passato. La caratteristica più studiata del giaguaro è sicuramente l’attività predatoria, abitudine a cui questo felino dedica quasi tutto il suo tempo. Il giaguaro infatti è alla perenne ricerca di prede, che cattura con varie tecniche, meritandosi una fama che lo rende unico nel panorama dei predatori sudamericani. Questo felino selvatico, nonostante prediliga riposarsi sugli alberi e nonostante possegga una notevole abilità, caccia essenzialmente a terra. Trascorre lunghe ore in agguato, all’interno del territorio in cui vive e i cui confini sono stati oculatamente delimitati da precisi segnali olfattivi. a volte sorprende una preda, ignara della sua vicinanza, ma più spesso studia a lungo i movimenti della vittima per poi balzarle addosso al momento opportuno. Una volta catturata la preda, il giaguaro si ritira in un angolo tranquillo per divorarla, e quando è sazio, ne nasconde i resti con del fogliame: tornerà a finirli il giorno dopo. Non è stato facile per gli studiosi chiarire tutti i misteri relativi alle attività predatorie del giaguaro, poichè è molto difficile seguire i movimenti quando sta cacciando nel folto della vegetazione. Anche per conoscere i suoi gusti in fatto di cibo, gli zoologi si sono dovuti basare essenzialmente sui resti dei suoi pasti. Si può affermare dunque che il giaguaro predilige tapiri, pecari, piccoli cervi americani, ma anche armadilli, tartarughe, caimani e pesci. Non dimentichiamo, infatti, che il giaguaro è eccellente oltre che nella caccia anche nella pesca. Si apposta sulle rive dei fiumi e osserva immobile e paziente la superficie dell’acqua, fino a quando un pesce passa alla sua portata: a questo punto con una zampata cattura il pesce, a volte tuffandosi nell’acqua, per poi gustarselo in tutta tranquillità in un angolo della foresta. Proprio le sue abitudini di eccellente pescatore hanno dato spazio a numerose leggende raccontate per interi millenni dagli indios delle foreste: come tutti i felini, infatti, il giaguaro non riesce completamente a controllare la punta della coda, finendo così col percuotere la superficie dell’acqua. Per questo motivo gli indios credono che il giaguaro peschi con la coda. Ma non dimentichiamo che comunque la sua abilità è eccezionale: tra le sue prede preferite figurano anche grossi animali, come il caimano e il capibara, un robusto roditore che può superare anche i KG di peso e che di certo sa di non dover sottovalutare la presenza di un giaguaro nel suo territorio. L’efficienza della belva, tuttavia, non è sufficiente da sola a scongiurare ogni pericolo alla sua sopravvivenza. Ovviamente gli altri felini della foresta, come ad esempio gli ocelot, non sono certo temuti dal giaguaro, molto più grosso e potente, così come non lo intimoriscono i numerosi predatori che vivono nel suo stesso territorio. Il nemico principale resta l’uomo: quando un giaguaro attacca il bestiame domestico vengono organizzate vere e proprie battute di caccia per eliminare l0’aggressore. Ma questa è solo una conseguenza della riduzione dell’habitat naturale di tale predatore che, non trovando cibo a sufficienza con cui sfamarsi all’interno del proprio territorio, si avvicina alle aree abitate e fa razzia di bovini e ovini. La deforestazione è dunque una delle cause principali dell’intrusione dei giaguari nelle regioni abitate e solo la creazione di aree protette, in cui questo felino abbia a disposizione prede a sufficienza con cui nutrirsi, può impedire la sua estinzione. Se tali aree non verranno create, a farne le spese saranno principalmente i grossi predatori, che non possono adattarsi a una diversa dieta alimentare. E tra quelli che vivono nelle foreste tropicali del Centro e Sud America, come sappiamo, spetta ancora al giaguaro, almeno per il momento, un ruolo da vero protagonista. Non dimentichiamo che proprio la presenza di un giaguaro in una specifica regione evidenzia che quel territorio è ancora intatto e dunque è anche ricco di prede. In questi casi, ormai sempre più rari, la natura è ancora sovrana ed è in grado da regolarsi da sola, seguendo meccanismi che si verificano da tempi immemorabili e che soltanto l’uomo è in grado di interrompere stravolgendo equilibri millenari.

LA ROTTA DEL TONNO ROSSO

Era il gennaio del 2010 quando un enorme tonno rosso di 233 Kg batteva ogni record di vendita, facendo registrare un prezzo al dettaglio di ben 177000 dollari, pari a circa 760 dollari al Kg, presso l’asta del mercato del pesce di Tsukiji, nella baia di Tokyo. Ma quello era un record destinato ad invecchiare velocemente, venendo superato, ogni anno, da cifre sempre maggiori, per raggiungere nel 2013, sempre alle aste giapponesi, 1.3 milioni di euro per un esemplare dalle dimensioni simili, comprato da un agrossa catena di ristoranti nipponici specializzata in sushi. E proprio il piatto tipico della gastronomia del Sol Levante è uno dei responsabili delle cifre da capogiro che la ristorazione di alto livello è disposta a pagare pur di aggiudicarsi i pezzi migliori di questa specie pelagica a grandissimo rischio di estinzione a causa dello sfruttamento dei mari e della pesca indiscriminata e senza regole svoltasi fino a tempi recenti. Il tonno rosso, da non confondersi con una delle altre 7 specie di tonno che abitano i mari del nostro pianeta, su tutti il notissimo e meno pregiato tonno pinna gialla, è uno dei grossi predatori del mondo sommerso, da sempre al vertice della catena alimentare e minacciato solamente dai grandi squali, come quello bianco e, più recentemente, dall’uomo. Fin dalla nascita consuma ingenti quantità di pesce, in particolare aringhe, sgombri e acciughe, inseguendo i banchi di queste specie anche a 1000 m di profondità. Il tonno rosso può raggiungere delle dimensioni imponenti, superando i 3 metri e arrivando a pesare 600 Kg, sebbene ormai siano molto più frequenti esemplari di dimensioni inferiori, intorno ai 200 KG e con una lunghezza di un paio di metri, anche a causa della già citata intensa pesca dell’uomo che ha sterminato le popolazioni più anziane di questo pesce abituato a percorrere enormi distanze. Il tonno rosso, infatti, è una specie migratrice diffusa nell’Oceano Atlantico e nel Mar Mediterraneo, dove entra per riprodursi nel periodo tra maggio e agosto, quando l’acqua è più calda e tocca i 22°-23°. Sebbene una singola femmina sia in grado di deporre fino a 10 milioni di uova ogni anno, l’abitudine di questo pesce a vivere in grandi gruppi di migliaia di esemplari con dimensioni simili e la tendenza a seguire delle rotte migratorie standardizzate, oltre a popolare le stesse aree di riproduzione nel golfo del Messico e nel Mediterraneo, rendono la sua cattura particolarmente agevole e intensiva, tanto che la sua aspettativa di vita, che puo raggiungere anche i 30 anni, è oggi dimezzata. Attualmente il tonno rosso è distribuito in 2 grandi popolazioni, parzialmente distinte anche dal punto di vista genetico: una atlantico mediterranea e una nord americana. E proprio quest’ultima, presente dalle coste americane fino a quelle africane entro una latitudine per cui la temperatura dell’acqua non scende sotto i 10°, è quella che appare maggiormente compromessa, anche a causa del gravissimo incidente alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon avvenuto nel 2010 nel golfo del Messico. Proprio per contrastare la pesca eccessiva e intensiva e permettere a questa specie di proliferare e, al tempo stesso, per non danneggiare un comparto economico importante come quello che ruota attorno alla sua commercializzazione, lo Iccat, l’ente intergovernativo che gestisce la pesca, il monitoraggio e la conservazione delle specie pelagiche, ha posto delle severe restrizioni alle catture, in termini di quantità, assegnate a ogni stato, di calendario di pesca e di dimensioni minime degli esemplari catturabili. Le dimensioni, soprattutto, sono importanti perchè impongono di rigettare in mare tutti gli esemplari che, al di sotto dei 30 Kg di peso o del metro e 15 di lunghezza, non hanno ancora raggiunto la maturità sessuale, dando loro la possibilità di riprodursi e, quindi, sostenere il numero di nuovi nati agni anno. Spetta comunque ai singoli stati, in ultima istanza, suddividere le quote nazionali tra i vari metodi di pesca. Se la pesca mediante tonnare fisse affonda le proprie radici addirittura nell’età fenicia, l’utilizzo di tonnare volanti, che cioè permettono di continuare la pesca seguendo i banchi di pesce durante i loro spostamenti, e l’implementazione di tecnologie, ora illegali, quali l’uso di aerei da ricognizione e sonar, tipici della pesca intensiva, hanno portato all’odierno scenario depauperato a cui le istituzioni cercano di porre rimedio, compito reso ancora più arduo dall’avversario che dovranno affrontare: l’aumento dei prezzi, di cui parlavamo all’inizio, in grado di favorire una continua espansione dell’offerta.

IL SOKOKE, IL GATTO CHE PARLA

Si chiamava khadzonzo, e nel suo paese natale si chiama tuttora così. Ora, diventato europeo, più precisamente danese, si chiama sokoke, ma anche questo nome è legato alla sua remota origine. Stiamo parlando infatti di un gatto del Kenya, che vive nella grande foresta chiamata appunto sokoke. E’ un animale dal pelo corto e dalla pelliccia tigrata, di colore che può varare dal grigio al bruno cioccolato. Possiede orecchie lunghe e occhi molto brillanti. A scoprire il sokoke, più di 40 anni fa, è stata Jeni Slater, una signore danese da tempo trasferitasi in Kenya. Suo padre è stato uno dei più famosi allevatori di cavalli della regione. Fu durante una gita nella foresta sokoke che Jeni incontrò 3 gattini dall’aspetto dolce e dal miagolio accattivante. Ne prese 2 con se, un maschio e una femmina, lasciando il terzo a mamma gatta. Affidò i 2 cuccioli a una capretta per lo svezzamento e, quando furono cresciuti, li portò in Danimarca curandone la riproduzione: così diede vita, con tanto di riconoscimenti ufficiali, a una nuova razza. Di tale riconoscimento si occupò Gloria Moldrup, una bella signora di origine canadese, giunta in Danimarca nel 1964 per lavorare nel settore dell’alimentazione. Durante una vacanza in Kenya conobbe Jeni Slater: innamorata del sokoke, percorse pazientemente l’intero iter richiesto dalla federazione felina internazionale. Oggi il sokoke, che nonostante l’origine africana si è perfettamente adattato al clima danese, sta diventando sempre più popolare. E’ un gatto di buon carattere e di aspetto gradevole, che ispira con i suoi atteggiamenti un’immediata simpatia. Essendo un animale curiosissimo, quando arriva in un posto nuovo lo esplora minuziosamente fino negli angoli più remoti. Lo stesso atteggiamento ha nei confronti di tutto ciò che arriva in casa: un pacco, una scatola, una borsa, un nuovo vestito. Nulla potrà sfuggire al suo attentissimo esame. Il sokoke inoltre è un gatto acrobata. Forse in ricordo dei suoi trascorsi africani, quando viveva accovacciato tra i rami degli alberi, ha l’abitudine di alloggiare sugli armadi più alti. Da tale posizione dominante controlla tutto ciò che avviene sotto di lui: vivere con un sokoke significa sentirsi costantemente osservati dai suoi occhi attenti e sempre vivi. Un’altra caratteristica del sokoke è la capacità di parlare: a differenza di quasi tutti gli altri gatti, che sono in grado di esprimersi soltanto attraverso un miagolio monotono e, a volte, fastidioso, il sokoke sa modulare la propria voce secondo le necessità e i differenti stati d’animo. In poche parole riesce a far comprendere le proprie esigenze del momento. E’ alquanto insolito, a detta di tutti coloro che conoscono i felini, che un gatto sempre vissuto nella foresta, anche se le sue origini sono misteriose e neppure i keniani sanno dire da quanto esista il khadzonzo, abbia potuto adattarsi tanto facilmente alla vita nelle case degli esseri umani. Altri esemplari di gatti selvatici, nati e vissuti nelle foreste europee, si sono dimostrati inavvicinabili e ogni tentativo di colonizzarli si è rivelato vano. Ancora oggi i gatti selvatici del Nord Europa, più simili alla lince che al comune felino domestico, si tengono alla larga dagli esseri umani. E’ difficilissimo anche filmarli o fotografarli nel loro habitat naturale. Il sokoke, al contrario, ha dimostrato fin dall’inizio di possedere un’ottimo carattere. Non che il suo inserimento nel nostro mondo sia stato facile: nel corso dei primi anni, quando ancora le sue scopritrici attendevano il riconoscimento ufficiale, gli eredi di quei 2 primi cuccioli prelevati dalla foresta sono stati colpiti da un virus che ne ha minacciato la sopravvivenza. Si sono salvati in pochi, ma quei pochi sono stati sufficienti a creare nuovi esemplari, questa volta sanissimi. Ai nostri giorni il sokoke sta avviandosi a conquistare le case di tutto il mondo. Alcuni esemplari sono in Inghilterra, altri negli Stati Uniti. Ne esiste qualcuno anche in Italia, dove sta per esserne intrapreso l’allevamento. Possedere un gatto, per chi ama gli animali, è sempre un’esperienza emozionante. Significa scoprirne, giorno dopo giorno, il carattere, la simpatia, le debolezze e i punti di forza. Perchè i gatti non sono tutti uguali: anche loro, come gli esseri umani, hanno personalità e carattere diversi. Tali differenze sono ancora più accentuate nel sokoke: forse per la sorpresa di trovarsi, dopo avere vissuto a lungo nella foresta africana, in un ambiente completamente diverso, si sente stimolato a scoprire ogni giorno qualche parte sconosciuta del nuovo mondo. E sarà lui, dopo averlo studiato attentamente, ad accettare anche il padrone e a dimostrargli, con miagolii di varie tonalità, tutto il proprio affetto e la propria stima.

IL LICAONE, UN PREDATOR IMPLACABILE

Il suo aspetto, a prima vista, non è certo uno dei più terribili: potremmo quasi dire che ricorda un cane di razza non meglio precisata, tanto che il muso affilato, le orecchie dritte sulla testa e gli occhi rotondi sembrano perfino suggerire l’idea che si tratti di un animale mansueto e affabile. Ma la realtà è assai diversa e il licaone, non a torto, può essere ritenuto un predatore implacabile. Basti pensare, per averne un’idea, che un esemplare di soli 14 mesi è in grado di abbattere una gazzella di Thompson che ha il suo stesso peso e che più licaoni in gruppo sono in grado di formare una vera e propria squadra di caccia pressochè infallibile. Proprio come se si trattasse dei soldati di un battaglione convocati per un’operazione militare, i licaoni seguono ogni giorno una sorta di rituale per organizzarsi nella caccia quotidiana alle vittime designate; gli esemplari di entrambi i sessi, appartenenti ad uno stesso branco, si ritrovano puntualmente al mattino e alla sera, si salutano con atteggiamenti non aggressivi, che simboleggiano la coesione dell’intero gruppo, quindi partono in perlustrazione, tutti insieme, alla ricerca delle prede da cacciare. Il branco si muove all’unisono tutto insieme, guidato da un vecchio maschio esperto che apre la caccia e stabilisce la preda designata: a questo punto, tutto i licaoni del gruppo si avvicinano alla vittima in assoluto silenzio, con la testa bassa, e ad una certa distanza si lanciano all’inseguimento della preda, dopo aver ricevuto il segnale di attacco da parte del capo branco. L’inseguimento può essere lungo e durare anche più Km a velocità sostenute, che arrivano a punte di 45 Km orari, ma alla fine la sventurata vittima, stremata dalla corsa e quasi consapevole della fine ormai prossima, si ferma, pronta a subire l’attacco finale dei predatori. I licaoni non risparmiano mai nessuna vittima e si avventano sulla preda divorandola mentre è ancora viva. Si tratta certamente di un rituale di caccia molto crudele, estraneo perfino ad altri grandi predatori delle savane africane, che uccidono la preda prima di divorarla, ma non dimentichiamo che si tratta anche dell’unico metodo idoneo ad assicurare la sopravvivenza della specie, sia oggi, sia per quel che concerne la lunga evoluzione avvenuta nel corso dei secoli. I licaoni infatti appartengono al grande gruppo dei canidi, i cui fossili più antichi risalgono a circa 24 milioni di anni fa, anche se la differenziazione tra le varie specie è avvenuta solo tra 1.7 milioni e 10000 anni fa. Ma se si esclude la crudeltà del rituale di caccia, il licaone conduce in effetti un’esistenza secondo ritmi e comportamenti pacifici similari a quelli di numerose altre specie animali. Una delle caratteristiche fondamentali del licaone, che condiziona tutte le sue abitudini quotidiane, è rappresentata dal suo spirito gregario, che lo porta a condurre un’esistenza nomade organizzata però nelle cosiddette mute gerarchizzate. In pratica la muta è costituita da un branco di esemplari che si riuniscono in clan per esigenze alimentari e che si sposta al seguito di un vecchio maschio esperto, al quale spetta in un certo senso la funzione di leader, anche se solo in certe situazioni, come ad esempio per l’appunto la caccia. La cosa più interessante della vita sociale dei licaoni, infatti, è rappresentata proprio dal fatto che non esiste all’interno di una muta un capo branco con funzioni di comando assolute da espletare per ogni evenienza, poichè tutti gli esemplari del gruppo si aiutano a vicenda, senza distinzione di ruoli. La differenziazione più evidente è quella esistente tra maschi e femmine, che formano 2 gerarchie ben definite da ruoli specifici, che assicurano la continuità della specie e la coesione del gruppo stesso. all’interno del branco, infatti e a dispetto dell’aggressività dimostrata dai licaoni nella caccia, non esistono conflitti di nessun genere e se si verificano, avvengono nella stagione degli amori oppure, più raramente, per la spartizione di una preda. Ma anche questi conflitti si risolvono senza lotta, poichè al maschio dominante basta esprimere un atteggiamento di dominio, e cioè con la testa sollevata e le orecchie tese, per suggerire al maschio più giovane, che ha dato segni di dissenso, la completa sottomissione. Se inoltre abbiamo modo di osservare come i piccoli di licaone vengono curati e vezzeggiati non solo dai genitori, ma anche da tutti gli esemplari del gruppo di cui fanno parte, potremo quasi dimenticare la natura aggressiva che questa specie dimostra nella caccia: i cuccioli, alla fine del periodo dell’allattamento, vengono nutriti con bocconi rigurgitati dai vari componenti del branco, che non esiteranno ad essere particolarmente generosi con loro se il bottino è stato abbondante. Così molto spesso gli adulti giocano a lungo con i piccoli, che imparano attraverso il gioco i gesti e i comportamenti necessari per un futuro denso di pericoli e minacce, cosa che può apparire aleatoria per questa specie di canidi così agguerrita e combattiva, ma che invece corrisponde alla realtà. I licaoni, infatti, hanno molti nemici, prima fra tutti la iena, da cui devono imparare prestissimo a difendersi per veder assicurata la sopravvivenza, così come avviene ormai da lunghi secoli.

GLI ITALIANI AMANO GLI ANIMALI?

La domanda del titolo non è oziosa. Quando ogni estate si incontrano sulle autostrade cani e gatti abbandonati dai padroni e destinati a fare una brutta fine, la risposta immediata dovrebbe essere un no. D’altro canto le statistiche ci informano che sono sempre più numerose, soprattutto al nord, le famiglie che accolgono un animale domestico: ciò significa che anche nel nostro paese, dopo decenni di totale disinteresse, si sta formando nella pubblica opinione un movimento a favore dei nostri amici a 4 zampe. E sono sempre più numerosi anche i gruppi antivivisezionisti, che organizzano manifestazioni e proteste. Come pure hanno suscitato clamore, per il diretto coinvolgimento di personalità dello spettacolo e della politica, alcune campagne contro le pellicce. Naturalmente nel nostro paese coloro che amano gli animali di un amore autentico sono ancora una minoranza. Amore autentico significa saper sacrificare il proprio egoismo alle sacrosante esigenze degli animali domestici. Se un albergo rifiuta la presenza di animali, non è questo un buon motivo per liberarci del nostro cane o del nostro gatto, abbandonandolo in mezzo a una strada. Il fenomeno del randagismo, che interessa vaste zone del nostro paese, gli appennini dell’Italia centrale sono percorsi da torme di cani ormai tornati allo stato selvaggio, è sempre più diffuso: e quasi tutti i randagi sono animali che un tempo hanno avuto un padrone, il quale un brutto giorno si è stancato di loro e li ha abbandonati, come ci si potrebbe liberare, di un oggetto diventato inutile. In fatto di amore per gli animali abbiamo molto da imparare da paesi più civili del nostro. L’Inghilterra, per fare l’esempio più immediato, è un paese che ama gli animali e ne rispetta i diritti: primo fra tutti il diritto alla vita. Ha destato sensazione in tutto il mondo un episodio avvenuto tempo addietro nel cielo degli Stati Uniti: ne sono stati protagonisti un pilota di aereo di linea, una cagnolina shih tzu di nome Louise e tutti i 288 passeggeri di un volo Houston Londra della British Airways. L’aereo, un grande DC 10, aveva, come tutti gli aerei, un reparto della stiva opportunamente climatizzato e riservato agli animali. Sono molti, in ogni stagione dell’anno, i cani e i gatti che viaggiano al seguito dei loro padroni. Quel giorno nella stiva del DC 10 era sistemata nella sua gabbietta la piccola Louise, una cagnetta tibetana che avrebbe dovuto raggiungere a Londra la sua padrona, la signora Irene Saunders. Subito dopo il decollo, avvenuto in perfetto orario, il comandante Rex Gravely si rese conto che qualcosa non funzionava nella stiva: il termometro segnava un aumento costante della temperatura. Dopo aver tentato in tutti i modi di riportare le cose alla normalità, il comandante Gravely si accorse che la temperatura si era stabilizzata intorno ai 55°: un calore al quale pochi esseri viventi sarebbero riusciti a sopravvivere per più di 2 ore. La vita di Louise era in pericolo. La stiva del DC 10 non è in alcun modo raggiungibile dall’interno dell’aereo e continuare il volo avrebbe significato sacrificare la cagnetta. In cielo il comandante dell’aereo è il padrone assoluto: può prendere qualunque decisione e nessuno ha il diritto di obiettare, neppure i dirigenti della compagnia aerea. Tuttavia Rex Gravely decise di agire democraticamente: prese il microfono e avvertì i passeggeri di ciò che stava succedendo. Personalmente, disse, avrebbe interrotto il volo imponendo ai viaggiatori un ritardo di 3 ore, però si sarebbe attenuto al volere della maggioranza. In un certo senso il comandante andava sul sicuro: su un aereo inglese, il risultato del referendum era scontato. Quasi tutti i passeggeri, infatti, si dissero disposti a interrompere il viaggio. Dopo essersi messo in contatto con la torre di controllo di Boston e aver avvertito i dirigenti della British Airways, il comandante Gravely diede inizio alle operazioni di atterraggio. Meno di 1\2 ora dopo Louise, disidratata e sull’orlo di un collasso, venne curata da un’equipe di veterinari convocata dai responsabili dell’aereostazione. Tutto è bene quel che finisce bene. 3 ore dopo il Dc 10 potè ripartire: con Louise che, dopo la brutta avventura, venne accolta tra i passeggeri di prima classe. Al momento dell’atterraggio, per la ben nota severità della legge inglese, Louise, come tutti gli animali provenienti da paesi esteri, venne messa in quarantena: 6 lunghi mesi, al termine dei quali la sua padrona potè finalmente abbracciarla. L’avventura di Louise è costata alla British Airways, per l’imprevisto noleggio della pista di Boston e il maggior consumo di carburante, una somma pari a circa 26000 euro. Ma il comandante Gravely, oltre ai complimenti della compagnia, ha ottenuto una pubblica onorificenza. Domandiamoci ora sinceramente quanti passeggeri di un aereo italiano avrebbero accettato la sosta imprevista.

UN MONDO DI SALMONI

Vicky Josie guarda la sua lunga distesa di salmoni keta appena pescati sapendo quanto questo pesce abbia aiutato lei e la sua popolazione, i vuntut gwitchin, a sopravvivere negli sterminati spazi dello Yukon, nel nord ovest del Canada, durante tutti i 10000 anni di storia di questo antico popolo. Lo Yukon, grazie ai suoi spazi sconfinati e alla rigogliosa natura selvaggia fatta di imponenti catene montuose e boschi primordiali attraversati da gelidi corsi di acqua, tra cui il fiume Yukon, da cui il nome dell’intero territorio, è una di quelle zone che un poeta romantico non avrebbe esitato a definire sublime. Un territorio, però, in cui la natura oltre ad essere madre è matrigna, capace, in altri termini, di dare tanto ma di togliere altrettanto. Il salmone, insieme al caribù, è per Vicky Josie e il suo popolo una inesauribile fonte di proteine e calorie, sebbene la costringa a seguire le ricorrenti migrazioni di questo grosso pesce durante la risalita dal mare verso i fiumi e i minuscoli corsi di acqua in cui ogni singolo esemplare è nato e in cui torna a riprodursi dopo gli anni della maturità passati nell’oceano. Quando comunemente parliamo di salmone, come spesso accade, racchiudiamo in un unico gruppo, un gran numero di specie diverse e con caratteristiche biologiche differenti. All’interno della grande famiglia dei salmonidi, che comprende anche le comuni trote che abitano i nostri fiumi montani, è possibile distinguere 2 generi di salmoni: da una parte il genere oncorhynchus che comprende 7 specie che abitano l’oceano Pacifico e risalgono le fredde acque nord americane, tra cui il salmone keta di Vicky Josie, il salmone reale, o quello rosso, a loro volta suddivisi in ulteriore popolazioni locali; dall’altra parte, nell’Oceano Atlantico, è invece presente un unico genere, e specie, di salmone, il salmo salar, volgarmente conosciuto come salmone atlantico e diffusissimo sulle nostre tavole, oltre che di capitale importanza per l’industria ittica di paesi come la Norvegia, l’Irlanda o la Scozia. Nonostante questa suddivisione, tutte le specie di salmone sono accomunate dall’essere anadrome, ovvero risalgono i fiumi per riprodursi, come ben sanno i grizzly, o orsi grigi, e i naturalisti di mezzo mondo sempre a caccia di nuove e magnifiche immagini di questi plantigradi a caccia una volta terminato il letargo invernale. Dopo la nascita e una prima fase di accrescimento, infatti, i piccoli salmoni iniziano la loro discesa verso l’oceano, in cui vivranno dopo aver trascorso negli estuari dei fiumi, dove le acque dolci si uniscono a quelle salate, un periodo di acclimatazione più o meno lungo a seconda della specie. Anche l’età in cui viene raggiunta la maturazione sessuale è molto varia, ma tutti, quando l’orologio biologico segna la giusta ora, iniziano la risalita verso i siti di nascita orientandosi, pare, grazie al sole e all’olfatto, che consente a ogni esemplare di ripercorrere a ritroso la strada fatta anni prima. Durante questa migrazione, a seconda delle specie, i salmoni mutano il loro aspetto morfologico. I maschi cambiano colore e alcune specie sviluppano una gobba sul dorso e la mandibola a becco che impedisce loro di nutrirsi, tanto che solo gli esemplari più forti riusciranno a raggiungere nuovamente il mare e avere un secondo ciclo riproduttivo, mentre la maggior parte morirà dopo aver deposto o fecondato le uova, nascoste tra la ghiaia dei bassi fondali di fiumi e ruscelli. Come detto, piuttosto che di salmone sarebbe più corretto parlare di salmoni, al plurale, stanti le diverse specie che popolano le acque della terra. Analogamente, quando si parla di salmone in cucina, essendo una dei pesci a maggiore diffusione sulle tavole di tutto il mondo, sarebbe opportuno distinguere tra specie, in particolare quando lo si gusta affumicato. Gran parte del salmone che consumiamo in Italia, infatti, appartiene alla specie salmon salar, il salmone atlantico, e proviene dalla Norvegia, in cui viene allevato. Le sue carni avranno quindi una colorazione rosea pallida con numerose inserzioni chiare di grasso, mentre le carni del salmone pescato, di quasi esclusiva provenienza dell’oceano Pacifico e quindi, come abbiamo visto, appartenente alla specie keta o nerka o reale, saranno di un arancione acceso e conterranno una quantità minore di grasso, Proprio la differenza nella proporzione di materia grassa muterà la consistenza al palato del salmone affumicato, più pastoso se atlantico, più asciutto se selvaggio o pescato. E’ solo una questione di gusti, visto che tutti garantiscono un elevato apporto di acidi grassi polinsaturi, i famosi omega 3 tanto importanti nel contrastare l’insorgenza delle malattie cardiovascolari. Un motivo in più per consumarlo: ma sapendo che il mondo è grande e vario, anche quello dei salmoni.

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I DELFINI, NON SOLO COMPAGNI DI GIOCO PER L’UOMO

Tuffi e piroette in un festoso tripudio di spruzzi, esibizioni acrobatiche e straordinari equilibrismi a pelo d’acqua: i delfini, con lo spettacolo, ci sanno fare e grazie a un buon addestramento sono in grado di divertire grandi e piccini in tutti gli acquari del mondo. La storia del loro allevamento in cattività con finalità ludiche non è poi così antica, dato che risale al 1913, quando alcuni esemplari vennero cresciuti e addestrati nell’acquario di New York. Fu un esperimento di successo, poi replicato, sempre negli Stati Uniti, ma questa volta in Florida, dove una compagnia cinematografica americana decise di costruire un grande acquario e di assumere un provetto addestratore, al quale fu assegnato il compito di ammaestrare questi animali intelligentissimi, affidabili e soprattutto desiderosi di imparare. Da allora a oggi, sono stati realizzati innumerevoli parchi acquatici in molti paesi del mondo intero, in cui si esibiscono principalmente tursiopi, ma anche globicefali e delfini macchiati. Del resto, fin dall’antichità l’uomo ha saputo apprezzarli, già consapevole, probabilmente, che il delfino avesse un’intelligenza superiore ad altri animali, e che fosse idoneo all’apprendimento, anche a costo di rinunciare alla propria libertà nel mondo naturale. I delfini divertono il pubblico, ma sono loro i primi a divertirsi, accettando istintivamente un tacito patto con gli uomini, dei quali diventano amici devoti e ubbidienti. Ma c’è anche dell’altro, perchè non è solo questione di gioco. Un animale che in quanto a intelligenza è paragonabile al cane, può venire addestrato anche per scopi più impegnativi, rivelandosi dunque estremamente utile. In Mauritania, per esempio, ormai da tempo, i delfini collaborano con i pescatori: questi ultimi, dopo aver teso delle reti nell’acqua parallelamente al litorale, battono la superficie del mare con dei bastoni per attirare i delfini, che arrivano subito con prontezza e, battendo anch’essi rumorosamente le pinne, spingono i pesci verso le reti, in modo tale che, alla fine, il banchetto diventa sostanzioso per tutti. Una tradizione probabilmente antichissima, diffusa anche in altri paesi, tra i quali il Brasile, dove, a Santa Catarina, i tursiopi aiutano quotidianamente i pescatori a catturare ingenti quantità di cefali e altre prede, meritandosi così il rispetto per il lavoro svolto. In questi casi, ovviamente, tutto accade in maniera molto estemporanea, dato che manca un addestramento vero e proprio, e si può dire che si tratti di vera e propria empatia tra questi mammiferi marini e gli esseri umani. Ben diverso il caso in cui i delfini sono di grande aiuto durante i lavori nei cantieri sottomarini, più rapidi nei tuffi e nel nuoto rispetto ai sommozzatori, se ben addestrati, si trasformano in lavoratori instancabili, portando materiali, messaggi e perfino trasportando i sommozzatori stessi, ma anche quello della delfino terapia, una pet therapy condotta con questi cetacei esattamente come avviene con i cani e con i cavalli, a beneficio dei disabili. L’addestramento, ovviamente, è d’obbligo e deve essere attuato da esperti. Del resto, anche l’utilizzazione dei delfini per scopi non ludici, è recente. Per quel che concerne ad esempio la delfino terapia, l’idea venne per la prima volta negli anni 70 del secolo scorso a 2 studenti della Florida International University di Miami, Betsy Smith e David Nathanson, i quali pensarono all’utilità che questio cetacei potessero rappresentare in campo medico, dando così origine alla Dolphin Assisted Therapy. Esattamente come nel caso dell’ippoterapia, attuata però con i cavalli, questa metodologia trae spunto dal concetto fondamentale del giovamento che sai ottiene dal contatto diretto con l’animale, con il quale si stabilisce una sorta di comunicazione che aumenta l’autostima e un senso generale di benessere, Inoltre, il delfino possiede una dote naturale davvero speciale: sorride, per una particolare conformazione della bocca, e inevitabilmente è ancora più facile stabilire una sintonia immediata. Nonostante non sia riconosciuta dalla medicina ufficiale, la delfino terapia viene praticata oggi in molti acquari di tutto il mondo, in Italia si può seguire a Rimini e sono in corso alcuni progetti per avviare anche altrove nel nostro paese iniziative analoghe. Il fatto che i delfini oggi siano non solo amici dell’uomo, ma anche suoi compagni di lavoro, ha reso necessaria la loro tutela: esistono infatti leggi ben precise relative alla loro sicurezza e al loro benessere. La perdita della libertà a cui sono vincolati, senza dubbio appare come un grande sacrificio, ma il servizio reso all’uomo, in certi casi, è davvero prezioso e insostituibile, e, dunque, vale la pena continuare a credere nell’addestramento per questo genere di collaborazione. Meglio pensare a delfinari sempre più grandi e ospitali, e soprattutto alla possibilità della semi cattività, del resto già praticata in alcuni parchi acquatici, piuttosto che privare, soprattutto i bambini, principalmente di terapie indispensabili al loro benessere, ma anche di semplici e sani spettacoli in cui possiamo ammirare le acrobazie di queste eccezionali creature marine per conoscerle meglio e imparare a rispettarle.

Animale Delfini Di Pesce - Foto gratis su Pixabay

I GATTI NELLA STAGIONE FREDDA

Nella stagione fredda, i gatti modificano aspetto e comportamenti. In particolare, infoltiscono il pelo per proteggersi dalle basse temperature e tendono a diventare molto pigri, trascorrendo la maggior parte del tempo nella loro cuccia\riparo, sostando immobili vicino a fonti di calore. Sarà nostra cura, infatti, porre le cucce in prossimità di termosifoni, camini ecc, e non in aree soggette a correnti d’aria, balconi e finestre. Dovrà anche aumentare loro il tempo da dedicare loro per stimolarli con giochi di vario tipo e distoglierli dal loro prolungato torpore. Nel caso ci occupassimo di gatti randagi, fornire loro luoghi asciutti e riparati anche se all’esterno, foderando degli scatoloni con del nylon o polistirolo, e dotandoli di vari strati di coperte o stracci puliti. Oltre a ciotole con acqua temperata e una buona dose di croccantini.

File:Gatto europeo3.jpg - Wikipedia

TROTA

IRIDEA: di origine americana ma ampiamente diffusa anche in Italia, è la varietà più diffusa. Ha una striscia laterale multicolore da cui il nome.

FARIO: nota anche come trota di montagna, è piccola, con macchioline rosse e nere. Vive nei nostri torrenti e non viene allevata.

SALMONATA: è una trota iridea allevata e alimentata con crostacei, che conferiscono il colore rosaceo.

IL MAIALE: UNA STORIA CULTURALE

Pochi animali sono stati investiti di un carico simbolico tanto contraddittori quanto  quello riservato al maiale. Se da una parte, infatti, è stato fin dagli albori della sua domesticazione una preziosissima fonte di proteine nobili e una riserva di cibo per i freddi mesi dei lunghi inverni europei, dall’altra ha sempre racchiuso in se gran parte dei vizi che gli uomini vedevano in loro stessi, divenendo oggetto di disprezzo. Nelle 3 grandi religioni monoteiste, il maiale ha rappresentato qualcosa di così spregevole da venire addirittura vietato in 2 di esse, l’ebraismo e l’islam, rivestendo un ruolo invece più ambiguo nel cristianesimo, forse anche per questioni di mera convenienza economica.  Nell’Antico Testamento, e più in particolare nel Levitico  e nel Deuteronomio, agli israeliti il consumo della carne di maiale è vietato dalla legge di Mosè, divieto mai messo in discussione. Gli storici e gli antropologi hanno da tempo cercato le basi di tale proibizione, avanzando una moltitudine di spiegazioni, anche se nessuna convincente o definitiva. Ma non è solo il consumo di carne di maiale ad essere stigmatizzato dalla religione ebraica, bensì l’animale vivo o altre parti del suo corpo, dalle pelle alle viscere.  Nel Talmud, addirittura, si evita di citare il nome del maiale, sostituendolo con espressioni ambigue quali altra cosa, davar acher. Le cause sono state ricercate a volte adducendo argomenti di tipo medico, altre di carattere maggiormente simbolico. Per Maimonide, per esempio, il maiale diventa impuro a causa delle sue abitudini comportamentali, caratterizzate dal nutrirsi di rifiuti e dalla sua abitudine a rotolarsi nel fango o nel sudiciume. Altri commentatori sollevano questioni di tipo medico,  come la supposta scarsa digeribilità della sua carne oppure l’elevata deperibilità favorita dal clima caldo del Medio Oriente, argomento, quest’ultimo, facilmente confutabile dal suo allevamento e consumo da parte di popolazioni limitrofe non ebree, come i moabiti o gli ammoniti. Sono state proposte ragioni di ordine totemico, perchè animale totem per antiche popolazioni ebraiche oppure, al contrario, perchè animale protagonista delle funzioni idolatre dei cananei, popolazione che precedette gli ebrei e loro rivale. Lo stigma, il tabù, rappresenterebbe quindi una volontà di distinguere il puro dall’impuro, in particolare per popoli in cerca di una propria identità solida. A tak fine il dividere il mondo tra noi e loro è una delle strategie più efficaci. Anche all’interno dell’islam e del suo libro sacro, il Corano, è difficile risalire alla natura del divieto, sebbene le cause di fondo, probabilmente di natura simbolica, affondino le radici in quelle già citate per l’ebraismo. Nel cristianesimo, almeno inizialmente, il percorso simbolico del maiale è simile a quello delle altre 2 religioni: nelle scritture viene sempre svilito, tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento, fino ad arrivare a considerare il mestiere di guardiano di porci quale sommo abbruttimento come, per esempio, nella parabola del figliol prodigo. I predicatori e i teologi medievali giunsero a considerare il maiale come una delle forme del demonio, forse a causa di quel passo dei Vangeli in cui Gesù ordinò ai demoni che tormentavano un uomo presso il paese dei geraseni di uscire dal disgraziato e di entrare in un gruppo di maiali che mangiava li vicino, per poi gettarsi da una rupe nel lago di Tiberiade. Questo non impedì,però, di allevare e consumare carne di maiale in maniera crescente per tutto il Medioevo, nè di affiancarlo anche a un santo come Antonio abate. Figlio di una nobile famiglia dell’Alto Egitto, nato intorno al 251 d.c., Antonio perse in giovane età entrambi i genitori. Venduto tutto, scelse la vita da eremita, rifugiandosi nel deserto egiziano per pregare e vivere in solitudine. Così come Gesù, anche Antonio fu vittima delle tentazioni del demonio, come descritto dal so primo biografo, Sant’Atanasio. Tra le altre, Satana assunse le sembianze di animali come leoni, serpenti, lupi, orsi e cinghiali. Nella trasposizione iconografica europea, però, dal deserto si passò al fitto bosco medievale e gli animali si ridussero a 2: il lupo e il cinghiale. Nel XIII secolo, infine, a partire dalla Valle del Rodano, il cinghiale si trasformò in maiale e da feroce bestia satanica divenne un fedele compagno del santo, forse a causa degli antoniati, ordine ospedaliero devoto al santo che praticava l’allevamento dei maiali per sfamare i degenti delle strutture sanitarie di sua competenza. La storia del maiale, quindi, oltre a essere una straordinaria storia che intreccia agronomia ed economia, è anche un epoca culturale e simbolica che affonda le proprie radici nei primordi dell’umanità, come a nessun animale è stato concesso di fare, neppure al cane.