UN GRANDE AMORE

Il 27 settembre 1991 si spegneva Oona Chaplin, vedova del grande Charlot. Aveva 66 anni e dal 1977, quando Chaplin era mancato, viveva in solitudine nella grande villa di Vevey, Svizzera. Una solitudine interiore, un vuoto che nemmeno la presenza dei figli riusciva a lenire: per lei Chaplin aveva rappresentato tutto, nonostante la forte differenza di età, e quando lui era morto, nel 1977, anche Oona aveva incominciato a dire addio alla vita. La storia d’amore che unì per 34 anni Oona a Charlie Chaplin è una delle più intense del XX secolo. E, a suo tempo, fece scandalo, costringendo Chaplin ad abbandonare gli Stati Uniti, dove sarebbe tornato, da trionfatore, parecchi anni dopo. La fama di Chaplin come seduttore non era inferiore alla sua fama di artista. Chaplin aveva sempre amato, nella sua vita intensa, le giovanissime. Ne aveva sposate 3, Mildred Harris, Lolita McMurray, che trasformerà in Lita Grey, facendone una stella, e Paulette Goddard, e molte altre ne aveva sedotte, trovandosi coinvolto in scandali che avevano scosso la puritana America: la stessa America che si sbellicava dalle risate assistendo alle sue comiche. Lolita McMurray, quando Chaplin l’aveva conosciuta, accompagnata dalla madre, in una gelateria di Los Angeles, aveva soltanto 7 anni. E quando l’aveva sposata, costretto dalla minaccia di un processo, ne aveva 14. Oona quando incontra Chaplin aveva 17 anni. E’ bruna, esile, bellissima. I caratteri delicato del volto la fanno sembrare più giovane di quanto non sia. L’incontro avviene sul set, in occasione di un provino voluto da Chaplin per cercare la protagonista del suo prossimo film, che non verrà mai realizzato. E’ il 1942 e Chaplin ha 53 anni. L’amore esplode al primo sguardo ed è un grande amore. Oona, che da un anno era la ragazza di J.D.Salinger, il futuro autore del Giovane Holden, il romanzo chiave degli anni della contestazione giovanile americana, un amore innocente, da adolescenti, come si usava negli anni 40, dimentica subito il fidanzato e non ha occhi che per il maturo Chaplin. Il quale, a voler essere sinceri, non è neppure un bello classico. Non ha il fisico di un Errol Flynn, nè di un Lionel Barrymore, i divi dell’epoca. E’ piccolo, grassottello, precocemente canuto, ma possiede il fascino del genio, ed è un fascino al quale Oona non sa resistere. Tutto sarebbe facile se Oona non fosse figlia di Eugene O’Neill, il più grande drammaturgo americano della prima metà del secolo, vincitore di un premio nobel e autore di alcuni drammi di rara potenza: Il lutto si addice a Elettra, Arriva l’uomo del ghiaccio, Lungo viaggio verso la notte. Anche O’Neill, nato un anno prima di Chaplin, è venuto dalla gavetta. E’ stato marinaio, scaricatore di porto, giornalista, attore, cercatore d’oro. Soltanto la tubercolosi, costringendolo ad un lungo periodo di inattività, lo ha avvicinato al teatro, rivelandogli la sua vera strada. La storia della vita di Eugene O’Neill è una storia difficile, contrassegnata dall’alcolismo e dalla follia. Una follia che si manifesta in pieno quando la giovane Oona gli comunica di essere innamorata di Chaplin. Per O’Neill, Chaplin altro non è che un guitto che ha fatto fortuna, un uomo dalla moralità molto fragile, seduttore di minorenni e donnaiolo impenitente. Il veto del padre giunge immediato. Eugene O’Neill farà di tutto per allontanare Oona da Chaplin, ma tutti i suoi sforzi sono destinati a cadere nel vuoto: per nulla al mondo la figlia, innamorata pazza, rinuncerebbe all’uomo al quale intende legare la propria esistenza. Solitamente un padre, dopo aver tentato tutte le strade per separare la figlia da un pretendente sgradito, si rassegna e concede, sia pure a denti stretti, il proprio perdono. Ma Eugene O’Neill appartiene ad una razza diversa. Prendendo atto della determinazione della figlia, la maledice, buttandola fuori di casa nel giorno del suo 18à compleanno. Oona se ne sarebbe andata in ogni caso, ma la maledizione paterna, che non verrà mai ritirata, porterà la nube dell’infelicità nel giorno che nella vita di una donna dovrebbe essere il più bello: quello del matrimonio. Charlie Chaplin e Oona si sposano a Carpintera, in California, alla presenza dei soli testimoni. Subito dopo il matrimonio avranno inizio i guai: un’attricetta accusa Chaplin di essere il padre di suo figlio e minaccia di portarlo in tribunale. L’opinione pubblica americana, che non aveva mai perdonato a Chaplin i suoi trascorsi sentimentali, lo taccia ancora una volta di immoralità. Nessuno è disposto a scommettere un solo cent su quel matrimonio. Contemporaneamente l’FBI rinnova contro Chaplin le accuse di comunismo e di antiamericanismo, scatenando contro di lui una feroce campagna di stampa. Nel 1952 Chaplin e Oona lasciano gli Stati Uniti e si rifugiano in Svizzera, dove vivranno isolati dal mondo. Avranno 8 figli, Chaplin farà altri film, ma non si separerà mai dalla donna che, per amor suo, ha sfidato la maledizione di un padre famoso e l’opinione pubblica di un mondo intero. Con la morte di Oona, una delle più belle storie d’amore del secolo si è conclusa. La grande villa di Vevey, per volere di Oona, è stata trasformata in un grande museo dedicato a Charlie Chaplin, l’inventore di Charlot, l’omino buffo che, con la sua debolezza e il suo candore di fronte alle durezze della vita, ha conquistato, e continua a conquistare, gli spettatori di tutto il mondo.

BLLEZZA CONSAPEVOLE

Anche i prodotti beauty che usi ogni giorno stanno diventando sempre più bio e green, ma anche attenti all’ambiente. In notevole aumento sono i cosmetici refill, ovvero prodotti ricaricabili che consentono di avere un minor impatto sull’ambiente. Si tratta di un trend positivo anche per le aziende stesse che possono ridurre i tempi di uscita dei prodotti, perchè spesso è proprio il processo produttivo delle confezioni a rallentare la messa in vendita di molti cosmetici.

LA VIA DI TERRA

I primi mezzi di trasporto che l’uomo ha iniziato ad usare sono stati gli animali: i buoi per trainare l’aratro e l’asino per spostarsi da un luogo all’altro e per trasportare animali. I primi veicoli invece furono delle rudimentali slitte ricavate da tronchi di albero. Ma la più grande invenzione è stata la ruota che permise di usare il cavallo per i trasporti e favorire i contatti tra popolazioni lontane e gli scambi commerciali. Per oltre 5000 anni i mezzi di trasporto su strada più efficienti rimasero i carri e le carrozze trainati da buoi o da cavalli. Nel XV secolo per il trasporto di merci e di passeggeri fu introdotto l’uso delle diligenze. Una prima vera rivoluzione nei sistemi di trasporto si ebbe intorno al 1780 quando James Watt costruì i primi motori a vapore, da cui trassero vantaggio anzitutto i trasporti ferroviari, che usavano le rotaie per far spostare i veicoli, trainati da locomotive. La prima ferrovia pubblica fu inaugurata in Inghilterra nel 1825. La storia dell’autocarro, come quella dell’auto, inizia nel 1876 con l’invenzione del motore a scoppio a 4 tempi. In questo stesso periodo vedono la luce anche altri mezzi di trasporto come la bicicletta e la motocicletta. Grazie alla produzione industriale la biciletta si sostituì progressivamente al cavallo, ma, soprattutto divenne accessibile anche ai ceti più poveri. Ripercussioni simili ebbe l’invenzione del motore a benzina. Le automobili sostituirono le carrozze diventando beni di massa usati da un numero sempre crescente di persone. La diffusione dell’auto provocò anche un mutamento sostanziale nella società, e in particolare nell’urbanistica. Sorse infatti un sistema capillare di strade che, a sua volta, influenzò il trasporto delle merci sostituendo la via ferrata con il trasporto su gomma. Oggi però il settore dei trasporti a cui siamo abituati sta subendo importanti cambiamenti. Non è più possibile prescindere dal tema ambientale per cui la mobilità del futuro dovrà essere necessariamente green ed andare di pari passo con gli sviluppi eco sostenibili, quali lo studio di nuove tecnologie e nuove tipologie di carburante al fine di ridurre al minimo le emissioni.

DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO

Dobbiamo imbucare una lettera, rispondere a un invito, telefonare a un amico? Rimandiamo, inevitabilmente, a domani. Tanto, ci diciamo per tranquillizzarci, non c’è nessuna fretta. Per essere sicuri di non dimenticarci prendiamo appunti, attacchiamo fogliettini gialli auto adesivi, la più grande invenzione del XX secolo, tra l’altro, in tutti i posti possibili e immaginabili: sulla scrivania, sulla parete, sul cruscotto della macchina. Li vediamo praticamente ogni mezz’ora. E ogni volta ci diciamo: domani lo farò. Naturalmente quella lettera non verrà mai imbucata, a quell’invito non risponderemo, quella telefonata, che pure era importante, non la faremo. Siamo forse smemorati? In parte, ma soprattutto siamo pigri. Siamo capaci di sorbirci 5 Km a piedi sotto il solleone, o sotto la pioggia, per ammirare la nostra squadra del cuore, ma la sola idea di scendere dalla macchina per avvicinarci ad una cassetta della posta, o di abbandonare la tv per prendere in mano il telefono ci da l’angoscia. Tanto non c’è fretta. Il rinvio è lo sport nazionale. Rimanda a domani la donna di casa che deve fare le pulizie di fino, con il risultato di trovarsi sommersa dalla polvere; rimanda lo studente, che non studia la lezione di storia con la convinzione che il professore, tanto, non interrogherà proprio lui; rimanda l’innamorato che deve fare la dichiarazione alla sua bella. E può capitare che, di rinvio in rinvio, ne incontri una ancora più bella, nel qual caso la tattica del rinvio si sarà rivelata vincente. Se invece sarà la bella, stanca di aspettare, a piantarlo, si consolerà pensando che non era la ragazza giusta. Finora abbiamo parlato di sciocchezze: lettere non spedite, telefonate non fatte, dichiarazioni d’amore mancate. Tutte cose senza importanza, la cui mancata attuazione non pregiudica il normale andamento della vita. I guai hanno inizio quando applichiamo l’arte del rinvio anche alle cose serie. Quel certo dolorino che avvertiamo tra la 4° e la 5° costola, per esempio. Non facciamo che dirci che dobbiamo andare dal dottore, fare un check up, sottoporci ad accurate analisi. Ce lo diciamo. Ma poi rimandiamo. Tanto che fretta c’è’? E il genitore che deve spiegare al figlio adolescente le cose del sesso? Ha letto tutti i libri sull’argomento, si è documentato, ha studiato parola per parola il difficile discorso che dovrà rivolgere al giovanotto, o alla fanciulla, nel qual caso toccherebbe alla madre. Tutto sarebbe pronto, ma non si trova mai il momento adatto. Con il risultato che i figli crescono e un bel giorno, anche loro dopo numerosi rinvii, trovano il coraggio di dire ai genitori che li stanno rendendo nonni. Il che, quali che siano le circostanze, è pur sempre una buona notizia. Purtroppo questa tara nazionale non affligge solo i singoli individui. Affligge anche lo Stato, il governo, gli enti pubblici, i consigli comunali. La burocrazia è la più grande procrastinatrice di tutti i tempi. C’è una strada da asfaltare, un progetto edilizio da varare, una riforma da mettere in cantiere? I diretti interessati, all’unisono, si dicono pronti a partire. Fanno grandi proclami, pronunciano discorsi ricolmi di belle parole, soprattutto in periodo elettorale, quando si assiste a migliaia di pose di prime pietre, promettono che tutto verrà risolto quanto prima. Infine creano, immancabilmente, una sottocommissione che dovrà occuparsi dell’attuazione pratica del progetto. Ecco, la creazione della sottocommissione è il primo passo del rinvio. Trascorreranno mesi, a volte anni, e non accadrà niente. Fino al giorno in cui qualcuno, alzatosi con la luna di traverso, non ricorderà qualcosa. “Ma, non dovevamo asfaltare quella strada? ” domanda in perfetta buona fede. Verrà subito messo a tacere: problemi più impellenti urgono, l cose da fare sono sempre troppe e il tempo a disposizione sempre così poco. Perchè andare a ripescare nel passato? Ci sono nuovi programmi da varare, nuove iniziative da mettere in cantiere, nuove forze da mobilitare. Infine verrà creata una sottocommissione. E tutto ricomincerà da capo, mentre i problemi e le cose da fare si accumulano come le foglie spinte dal vento. Il bello, o meglio: il brutto, è che noi, gente comune, ce la prendiamo con i potenti, accusandoli di rinviare all’infinito la soluzione di 1000 problemi aperti. Ma, sinceramente, non siamo tutti così? La strada non asfaltata altro non è, a livello più alto, che il corrispettivo della lettera non imbucata, della telefonata non fatta, della lampadina dell’anticamera bruciata da mesi e mai sostituita. Siamo tutti afflitti, alla base e al vertice, della stessa pigrizia, fisica e mentale, che ci impedisce di fare subito, senza rimandare a domani, le cose che si devono, o si dovrebbero, fare. Come fanno i giapponesi. A proposito di giapponesi. Avrete letto che è stata scoperta, proprio in Giappone, una nuova malattia chiamata karoshi, che miete migliaia di vittime ogni anno? E lo sapete da cosa è causata questa malattia? Dal superlavoro. Dalla mania dei giapponesi di fare sempre le cose in tempo, senza rinviarle a domani. Se ne deduce che, in fondo, abbiamo ragione noi: ritardatari, senz’altro, ma almeno vivi. Meglio vivi domani che stroncati dal karoshi oggi.

ART TATUM, IL DIO DEL PIANO

Se la tecnica e il virtuosismo possono essere considerati il metro di misura per giudicare un musicista, allora Art Tatum è stato, e per molti versi è ancora, uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi, un imprescindibile punto di riferimento per tutti gli appassionati di questi genere. Il suo strumento era il pianoforte e del pianoforte era diventato il dio. Non era solo il virtuosismo la sua dote principale, a coadiuvarlo contribuiva il geniale talento per l’improvvisazione che creava effetti strabilianti e superlativi in ogni jam session. Questo straordinario artista statunitense non ebbe una vita facile. Nato a Toledo, in Ohio, nel 1909 ebbe, fin dalla tenera età, dei problemi di salute. Una grave forma di cataratta gli aveva menomato la vista a tal punto da renderlo cieco da un lato e semicieco dall’altro. Ciò probabilmente contribuì ad affinare altri sensi, l’udito in primis e il tatto, acquisendo una straordinaria scioltezza nell’uso delle mani. La musica divenne sua compagna nella crescita e imparò a suonare diversi strumenti tra cui il violino, con il quale in seguito debuttò, e naturalmente il piano. Nell’adolescenza ricevette un’infarinatura generale, ma non seguì pedissequamente corsi di musica, arrangiandosi per lo più da solo, cosa che rese ancora più evidente la predisposizione naturale per le 7 note e tutto ciò che con esse si poteva creare. A dire il vero molto influenza ebbero i grandi artisti dei primi del 900, ascoltati da Art con ammirazione, che ad Harlem avevano dato vita a un nuovo modo di suonare di grande impatto trainante; lo stride piano. Verteva su assoli costruiti sull’abilità tecnica, con il risultato dio ottenere melodie innovative delle quali James P Johnson divenne uno dei principali interpreti. Fu poi Fats Waller a reinterpretarlo in maniera del tutto personale. Assieme a lui, negli effervescenti anni 20, un altro pianista si distinse per l’estro innovativo: Earl Fatha Hines, mago dell’improvvisazione senza schemi. All’ombra di questo fertile substrato, crebbe Tatum che negli anni 30 si ricavò uno spazio tra i big del jazz imponendosi come solista. Sbarcò a New York nel 1932, ma nel suo stato già da qualche anno aveva raggiunto una certa notorietà. Rivelò tutte le sue capacità accompagnando le esibizioni della cantante Adelaide Hall. Durante i concerti i suoi assoli restavano impressi per la velocità inaudita che aveva nel muovere le mani, la precisione esecutiva e la fantasia armonica che precorreva i tempi, con il risultato che la sua tecnica avrebbe inciso fortemente sulle evoluzioni successive del jazz. Oltre a questo, si parlava di lui anche per il suo carattere competitivo, che lo spingeva ad affrontare le numerosissime disfide musicali a oltranza che animavano, in quei tempi, le serate a suon di jazz. La fama di Tatum aumentava di giorno in giorno, soprattutto, cosa assai rara, tra gli addetti ai lavori che concordavano nel definire le sue doti stupefacenti. Si trovarono così a tessere le sue lodi i rappresentanti principali del panorama musicale del 900, artisti come Rachmaninov e Horowitz, come del resto capitava invariabilmente a chi assisteva ai suoi concerti o sentiva le sue registrazioni. Fin dai primi tempi nella Grande Mela aveva cominciata ad incidere sia da solista che come session man con altri artisti, rendendosi parte attiva di quella grande, rinnovata, incidenza che ebbe questo genere negli Stati Uniti negli anni 30 e 40. Il suo repertorio era versatile, dal momento che egli poteva suonare ogni sfumatura con la stessa agilità e morbidezza, con risultati impeccabili. Nel 1943 si adoperò per dare vita ad un trio. Ne facevano parte il bassista Slam Stewart e il chitarrista Tiny Grimes e con loro continuò a suonare nei locali riscuotendo sempre grandi apprezzamenti. Compose anche della musica propria ma in questo campo non eccelse. Il dio del piano non aveva tuttavia bisogno di conferme; conosceva bene il valore di ciò che faceva e utilizzava il suo estro creativo per allontanarsi dalla sicurezza delle tradizionali coordinate melodiche per perlustrare combinazioni inedite del sound, mettendo così le basi per lo stile bebop. Il grande pianista americano si spense prematuramente a Los Angeles, all’età di 47 anni nel 1956, minato nel fisico dall’abuso di alcol. Moriva così uno dei più amati protagonisti del jazz del 900, che tanto contribuì all’evoluzione tecnica della musica, ma che tanto avrebbe probabilmente potuto dare, lasciando in eredità le sue insuperabili registrazioni, varie foto in bianco e nero che lo ritraevano al piano e qualche raro frammento video.

RISCALDAMENTO: RISPARMIARE E INQUINARE MENO

I principali responsabili della presenza di polveri sottili nell’aria delle città italiane sono gli impianti di riscaldamento. Esistono però diversi accorgimenti per risparmiare e inquinare meno. Non esagerare con la temperatura: l’ideale sarebbe non superare i 20°. Questo è anche il limite fissato per legge. Se hai il riscaldamento autonomo usa i cronotermostati che ti permettono di impostare gli orari di accensione. Con quello condominiale ci sono le valvole termostatiche per regolare ogni calorifero. Differenzia le temperature in base alla stanza: in cucina puoi ridurla perchè ci sono già forni e fornelli che emanano calore. Usa i tappeti: oltre a decorare la casa aiutano anche a trattenere il calore. Cambiare aria è un’attività giornaliera indispensabile, ma da fare nelle ore più calde: bastano 10 minuti con la finestra aperta.

PAOLO ORSI: L’ARCHEOLOGIA DEL SUDITALIA

SEmbra quasi incredibile che un viaggiatore francese, Creuze de Lesser, possa aver scritto nel 1806:” L’Europa finisce a Napoli e vi finisce anche molto male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto spetta all’Africa”. Secoli di guerre, devastazioni, abbandoni avevano causato dovunque un totale degrado dell’ambiente e l’Italia meridionale e la Sicilia sembravano essere ripiombate nell’età in cui erano popolate da Ciclopi e mostri paurosi: briganti, malaria, vaste regioni spopolate e genti allo stato primitivo sembravano caratterizzarne l’ambiente. Ma è proprio per questo che si coglie, nei racconti di molti viaggiatori, il bisogno di mettere in evidenza il contrasto tra i fasti del passato e le miserie del presente. Una vera, decisiva risposta a questo bisogno fù l’arrivo a Siracusa, come ispettore al Museo Archeologico, di un giovane, non ancora trentenne, professore di Rovereto: Paolo Orsi. In lui l’archeologia militante italiana ha avuto uno dei suoi più grandi rappresentanti e la ricerca archeologica in Magna Grecia e Sicilia il vero, moderno iniziatore. Le tappe della vita di questo grande studioso e soprattutto la vasta mole dei suoi interessi, dalla preistoria al medioevo, e della sua produzione scientifica hanno per noi dell’incredibile: per 45 anni diresse personalmente e organizzò le ricerche in gran parte della Sicilia e per molti anni resse contemporaneamente la Soprintendenza agli scavi e ai monumenti della Calabria. Attratto, in origine, principalmente dai problemi della preistoria e della protostoria sicula, cui dedicò studi fondamentali, ben presto egli si concentrò sull’esplorazione topografica e archeologica delle città greche, rivelando intuito geniale, sempre sorre3tto da grande e profonda cultura. Accompagnato dai suoi fedeli collaboratori, D’Amico e il disegnatore R Carta, sorretto dall’amicizia e dagli aiuti economici della Società Magna Grecia di Umberto Zanotti Bianco, percorse in lungo e in largo la penisola calabra e la Sicilia, contribuendo ovunque ad una migliore conoscenza della storia dei vari centri e alla identificazione di nuovi. Di ogni attività, anche la più minuta, di ogni scoperta che egli immediata comunicazione scientifica con articoli o con poderose monografie. Nella sua biografia, accanto allo scienziato troviamo una delle più limpide interpretazioni del ruolo dello studioso e del funzionario statale preposto alla tutela del patrimonio storico e artistico. A Siracusa si dedicò allo studio della topografia e dell’architettura della città; importante fu poi lo scavo compiuto sull’isola Ortigia, sede del primo stanziamento dei coloni greci e mirabile la monografia sul tempio di Atena, inglobato nel Duomo di Siracusa. A Gela, a parte qualche limitato intervento nell’area urbana, occupata in gran parte dalle costruzioni moderne, esplorò sistematicamente centinaia di sepolcri, e quindi dedicò una serie di campagne di scavo a Camarina, la colonia di Siracusa. Quindi cercò e identificò, sulla sinistra del fiume Tellaro, Eloro, altra colonia militare siracusana; qui, nel corso di una rapida campagna durata 10 settimane, egli fissa i lineamenti generali della topografia della città. Poi porta per la prima volta il piccone sulle colline di Lentini, dove esplora le fortificazioni, e a Naxos; ma a Megara Hyblaea dedica maggiori attenzioni e una grossa monografia redatta in collaborazione con Cavallari. Dopo un’ampia introduzione di carattere storico e una scorsa agli studi sulla città antica, Orsi ne descrive la topografia, i monumenti, le fortificazioni e da dettagliato resoconto dello scavo di 344 tombe e dei numerosi oggetti rinvenuti. Anche in Magna Grecia l’attività di Paolo Orsi doveva segnare l’inizio vero della ricerca archeologica sul terreno. La sua maggiore attenzione è dedicata a Locri Epizefiri: nel giro di pochi anni, con attività frenetica e inesauribile, porta un contributo enorme alla conoscenza della storia, della topografia e dell’arte locrese. Siamo nel 1908; l’anno prima il famoso archeologo tedesco F. Von Duhn, dell’università di Heidelberg, aveva offerto 100000 marchi per lo scavo di Locri e Crotone. L’offerta non era stata accettata, perchè i tedeschi volevano assicurarsi il diritto alla pubblicazione e la cosa non piaceva alla Direzione Generale a Roma. Si crea allora la Soprintendenza della Calabria, che viene subito offerta a Orsi. Dedica poi le sue attenzioni alle colonie locresi, soprattutto Hipponion, Vibo Valenzia, e Medma, Rosarno. Cerca e scopre i resti delle mura e dell’insediamento dell’antica Kaulonia, presso la moderna Monasterace Marina. La sua attenzione si concentra poi sul santuario di Hera al capo LAcinio. Situato una dozzina di Km a sud ovest di Crotone, era questo uno dei più rinomati santuari di tutto l’occidente greco. Orsi individua il muro perimetrale del santuario e alcune costruzioni minori, poi scava intorno all’unica colonna superstite del tempio di Hera, donde il nome moderno di Capo colonna. L’ultima grande campagna di Paolo Orsi in Magna Grecia fu dedicato allo scavo del tempio di Apollo Aleo presso il promontorio di Cirò, ritenuta l’antica Crimissa.

UOVA: QUALE CIOCCOLATO?

Quanto conta la qualità del cioccolato nell’acquisto delle uova di Pasqua? Se i destinatari sono i bambini, passa in secondo piano rispetto alla sorpresa: in prevalenza è al latte, a volte bianco. Nelle uova per adulti, c’è maggiore attenzione alle caratteristiche del cioccolato: domina il fondente, con percentuali variabili di cacao. A fare la differenza, oltre all’etichetta corta, sono la varietà e la provenienza dei semi. Il cacao coltivato in Africa, maggiore produttore mondiale, in gran parte è della varietà Forastero e ibridi, dalle note acido e con un bouquet aromatico poco variegato. E’ quello più resistente e più utilizzato dall’industria, che spesso aggiunge aromi per diversificare il gusto un po standardizzato. Tuttavia anche in Africa si trovano varietà più ricercate, coltivate da piccole realtà. Le tipologie di cacao più pregiate arrivano da Centro e Sud America. Il top è il Criollo, molto aromatico, ricco di sfumature, morbido e senza acidità: il seme è infatti bianco perchè privo di polifenoli, responsabili della componente acida. E’ una produzione molto limitata, perchè la pianta è delicata e difficile da coltivare. La terza grande varietà di cacao è il Trinitario, che nasce dall’ibridazione delle altre 2. La tipologia di cacao non sempre è indicata in etichetta: si trova nelle uova di pasticceria, anche se non mancano casi di aziende famose.

L’ARCOBALENO NEL PIATTO

Ormai lo sappiamo: Fao e Oms consigliano 5 porzioni di frutta e verdura al giorno con i colori dell’arcobaleno. Gli alimenti bianchi, come aglio e cipolla, contengono composti antiossidanti, come l’allicina, che aiuta nel controllo di colesterolo e pressione. Quelli verdi, ricchi di clorofilla, magnesio e acido folico, sono utili per la prevenzione di malattie cardiovascolari. IL rosso indica la presenza degli alimenti di licopene, un carotenoide dalle proprietà antiossidanti. Infine, quelli gialli contengono betacarotene, vitamina C e flavonoidi, ottimi per la salute di cuore e circolazione.