C’E’ LOOK E LOOK

Un tempo, più o meno 50 anni fa, esistevano i gagà: elegantoni da passeggio, la cui versione femminile era rappresentata dalle gagarelle, che prima di uscire di casa trascorrevano almeno un’ora davanti allo specchio per controllare che tutto fosse in perfetto ordine. L’ispezione andava dai capelli, perfettamente ondulati con l’ausilio di tremende brillantine unte e bisunte, che cementavano il ciuffo in una costruzione geometrica a prova d’uragano, alla piega dei pantaloni, che doveva essere impeccabile. Magari il gagà aveva saltato il pasto e doveva fare i salti mortali per tirare indenne la fine del mese, ma agli occhi del mondo doveva apparire perfetto, dotato di un aplomb da fare invidia a un dandy. La stagione del gagà, caratteristica macchietta sulla quale sfogarono i loro sarcasmi gli umoristi più feroci, durò a lungo. Attraversò indenne gli anni della 2° guerra mondiale e raggiunse il suo massimo splendore nel dopoguerra, accompagnando passo dopo passo il boom economico e la motorizzazione di massa. Tramontò con l’avvento della moda cosiddetta stracciona, ma non si spense mai del tutto. Il gagà cambiò soltanto nome: divenne blouson noir e descamisado, teddy boy e desperado. L’avvento dei jeans diede il via ad una nuova moda, nata negli anni 50, sia pure timidamente, i primi portatori di jeans dagli alti risvolti vennero guardati dalle masse con sospetto e acredine: portare i jeans significava, ai primordi della moda stracciona, collocarsi automaticamente tra i ribelli alla James Dean e alla Marlon Brando, tipacci ai quali nessuna buona madre di famiglia avrebbe mai consentito di frequentare la figlia, ma inarrestabile. Infine verso il 68, l’epoca eroica in cui i figli di papà e i rampolli delle ricche dinastie industriali scoprirono la rivoluzione e i fermenti della classe operaia. Non era difficile, a quei tempi, telefonare a un giovane bene e sentirsi rispondere dal compito maggiordomo: ” Il signorino è uscito per la manifestazione in onore di Che Guevara. Rientrerà per l’ora di cena. “Era bello, per quei nobili giovanotti e per quelle dolci fanciulle educate nei più prestigiosi collegi svizzeri mescolarsi al proletariato, sentirsene parte integrante, respirare l’acre fumo dei lacrimogeni e prendere le manganellate dalla polizia. Un bernoccolo in testa o un cerotto sulla fronte divennero segno di distinzione, una decorazione al valore. E la sera, tornando nel palazzo avito, il giovane aristocratico si sentiva in pace con la propria coscienza e collocato nel pieno del vento della storia. Il grande nemico, in quegli anni eroici, era il sistema. Nessuno sapeva che cosa fosse in realtà, ma era bello combatterlo, citando i testi dei profeti disarmati, alla Marcuse, e studiando, senza capirle, nessuno le ha mai capite, in realtà, opere illegibili come Il capitale di Marx e l’Antiduhring di Engels. Il sistema, che ne aveva viste, e superate, di peggio, si vendicò immediatamente. Creò il look, moloch onnivoro con il quale tutti furono costretti a fare i conti. ” Look”, letterariamente tradotto, significa immagine, ma il concetto va ben oltre. ” Look” significa linguaggio dei simboli, presentazione di se stessi e del proprio background culturale mediante ciò che si indossa. E’ un biglietto da visita che ognuno porta su di se, una carta d’identità senza timbri e senza generalità. Sul finire del 68, inteso some movimento, non come anno, si videro i primi barricadieri rifiutarsi di uscire di casa senza quel particolare casco firmato per proteggersi dalle stangate dei piedipiatti, o senza quella determinata sciarpa con la quale difendere il volto e la bocca dalle insidie dei lacrimogeni. Si determinò, nel breve volgere di pochi mesi, la mania del capo firmato. Le scarpe non erano degne di venire calzate se non di quella determinata marca. Il golfino fatto in casa dalla nonna paziente non andò più bene, non perchè non fosse elegante, o non tenesse caldo, ma perchè privo di quella data etichetta. Fu la stagione d’oro dei magliari, che falsificarono capi e oggetti di ogni genere, arricchendosi alle spalle degli ingenui. Quando il trucco venne scoperto, esplose la mania del capo firmato ma falso: portare una borsa Vuitton fatta ad Hong Kong o un Cartier assemblato sulle rive del Tevere divenne un segno distintivo, una specie di snobismo alla rovescia non meno devastante dell’antico, sano snobismo dei parvenu. Il 68 è trascorso, è finito anche il 78, la rivoluzione è rientrata e i testi sacri sono finiti in soffitta, con i poster del Che e i cartelli inneggianti a remoti condottieri del Sud America o dell’Estremo Oriente. Il Muro di Berlino è crollato, ma il look è rimasto, diversificandosi nelle sottospecie più varie: esiste il look degli yuppies, fatto di telefoni cellulari, magari fasulli, e di orologi portati vistosamente sopra la camicia di pura seta. Esiste il look straccione, prediletto dagli intellettuali, che un tempo fumavano la pipa ma ora hanno smesso, in nome dell’ecologia e della moda. Si va affermando il look retrò, fatto di vecchi abiti dei nonni riesumati da antichi bauli polverosi. Ciò che conta è apparire, con il risultato di confondersi con la massa dalla quale si vorrebbe disperatamente emergere. E la firma si impone sempre di più. Anche se, a ben vedere, è la croce informe di un ruvido analfabeta.

MOUSSE GELATA CON BISCOTTI AL CIOCCOLATO

  • 500 ml di panna fresca
  • 3 albumi
  • 100 gr di zucchero
  • 300 gr di lamponi
  • 100 gr di biscotti al cioccolato
  • 30 gr di amaretti
  • 1 cucchiaino di zucchero a velo

Prepara uno sciroppo facendo sciogliere lo zucchero in un pentolino con 100 ml di acqua a fuoco dolce. Monta gli albumi con le fruste in una grossa ciotola: quando saranno quasi pronti unisci lo sciroppo a filo, continuando a montare, fino ad ottenere una meringa soda e lucida. Monta la panna a parte e incorpora la meringa, poi unisci 150 gr di lamponi mescolando. Versa il composto in uno stampo a cassetta, foderato con la pellicola. Passa in freezer a rassodare per almeno 6 ore. Togli il dolce dallo stampo, elimina la pellicola e coprilo con i biscotti e gli amaretti sbriciolati. Riavvolgilo con la pellicola e mettilo in freezer ancora per qualche minuto. Passa 100 gr di lamponi attraverso un colino e unisci lo zucchero a velo alla purea ottenuta. Estrai il dolce dal freezer, elimina la pellicola, taglialo a fette e servilo con la salsa e i lamponi rimasti per guarnire.

MOZZARELLA E ACIDO CITRICO

Come mai sull’etichetta della mozzarella a volte è indicato l’acido citrico? Dipende dalla tecnica produttiva, in particolare dalla fase dell’acidificazione del latte, che può seguire 2 metodi diversi: uno tradizionale, basato sull’acidificazione spontanea, e uno con l’aggiunta di fermenti lattici selezionati o di acido citrico, molto utilizzato nell’industria. Nel primo caso, si lascia fermentare naturalmente il latte, lattoinnesto, o unendo il siero fermentato residuo del giorno prima, sieroinnesto. Le mozzarelle realizzate con questo metodo, hanno armi variegati e un gusto acidulo con leggeri sentori di yogurt, che può cambiare molto da una produzione all’altra, dipende dalla microflora di latte di partenza. Inoltre contengono meno lattosio, lo zucchero del latte, perchè i fermenti lattici lo digeriscono. La seconda tecnica, più moderna, prevede l’aggiunta diretta di fermenti pronti o di acido citrico alla cagliata, semplificando molto la lavorazione e accorciando i tempi. L’acido citrico è un coadiuvante tecnologico ed è quello che velocizza maggiormente il processo produttivo. Ne risulta una mozzarella dal gusto dolce, non acido, di latte, che molti consumatori apprezzano. Gli aromi e i sapori sono però più uniformi rispetto al metodo tradizionale.

UVA FRAGOLA

E’ un’uva squisitamente stagionale, disponibile solo tra settembre e ottobre. I grappoli sono inconfondibili: compatti, con acini tondeggianti dalla buccia scura e polpa di sapore dolce acidulo e molto aromatico che ricorda, appunto, quello della fragola. Introdotto in Italia all’inizio dell’800, è conosciuta anche come Isabella o Americana, in quanto è la più diffusa tra quelle della specie Vitis Labrusca, vitigno di origine, appunto, americana. Molto resistente alle malattie, si rivelò preziosa per combattere l’epidemia di filossera, insetto che all’epoca stava distruggendo la vite europea. Dopo che ne fu proibita la vinificazione, l’uva fragola ha attraversato un lungo periodo di declino, ma da qualche anno è stata rivalutata come uva da tavola, grazie al suo ottimo sapore. Oggi viene coltivata nelle regioni del nord, soprattutto in Emilia Romagna e in Piemonte, dove è nato anche un consorzio di tutela e valorizzazione. Grazie alla sua rusticità, non ha bisogno di trattamenti fitosanitari ed è quindi perfetta per la produzione biologica.

BRUSCHETTE CON AVOCADO E CAQUA AROMATIZZATA

  • 6 fette di pane in cassetta
  • 100 gr di grana padano
  • 100 gr di prosciutto crudo
  • 1 limone
  • menta
  • olio extra vergine di oliva
  • sale
  • pepe

PER L’ACQUA AROMATIZZATA:

  • 1l di acqua naturale
  • 1 cetriolo
  • 100 gr di mirtilli
  • 1 limone
  • menta
  • ghiaccio

Tosta le fette di pane su una griglia rovente, aggiungi qualche fetta di avocado e condisci con un filo di olio extra vergine di oliva, sale, pepe e qualche goccia di succo di limone. Aggiungi il prosciutto crudo e qualche fetta di grana padano. Guarnisci con foglie di menta fresca. Fai l’acqua aromatizzata: in una caraffa versa i mirtilli, il cetriolo tagliato a fette, il succo di limone e le foglie di menta. Aggiungi l’acqua e fai riposare in frigo per una notte.

INSALATA DI PUNTARELLE

  • 500 gr di cicoria catalogna
  • 4 filetti di alici
  • 1 spicchio di aglio
  • olio evo
  • aceto di vino bianco
  • sale qb
  • pepe qb

Prendi la cicoria, elimina il gambo, separa le puntarelle dalle foglie e tagliale a striscioline. Metti le puntarelle a bagno in acqua e ghiaccio per almeno un’ora. Prepara il condimento: in un contenitore metti olio, aceto, uno spicchio di aglio schiacciato, le alici fatte a pezzetti, sale e pepe. Mescola bene per creare un’emulsione cremosa. Scola le puntarelle e asciugale con nun canovaccio pulito. Condisci le puntarelle con l’emulsione.

DEEPAK CHOPRA

Sarebbe bello se l’universo ci fornisse una traccia evidente, magari una bussola gigantesca che indica la direzione da prendere. In effetti, la bussola c’è: per trovarla dobbiamo solo guardare nel profondo del nostro essere e scoprire il desiderio più puro della nostra anima, il suo sogno per la nostra vita.

MOUSSE

Leva il picciolo e il nocciolo a 800 gr di ciliegie tenendole su una terrina per per non perdere il succo. Versa tutto in una casseruola con 100 gr di zucchero semolato e 1 cucchiaino di grani di pepe nero in una garza. Cuoci per 15 minuti: versa 1 bicchierino di sherry a metà cottura. Fai raffreddare e unisci la composta, senza il pepe alla tua mousse.

TORTINO AL CIOCCOLATO CON PASSION FRUIT E MASCARPONE

PER IL TORTINO:

  • 2 uova intere
  • 2 tuorli
  • 50 gr di zucchero
  • 100 gr di cioccolato fondente
  • 100 gr di burro
  • 20 gr di farina

PER LA SALSA PASSION FRUIT.

  • 6 passion fruit
  • 2 cucchiai di miele
  • 1 limone

PER IL MASCARPONE.

  • 100 gr di mascarpone
  • 50 gr di panna
  • 20 gr di zucchero
  • 50 gr di polpa di passion fruit

Per prima cosa preparare l’impasto per il tortino, quindi in una ciotola capiente mescolare bene le uova intere e i tuorli. Sciogliere a bagno maria il cioccolato con il burro, poi unirli alle uova. aggiungere la farina e montare il tutto con lo sbattitore elettrico fino ad ottenere un composto omogeneo. Versare l’impasto in pirottini imburrati e cuocere in forno a 180° per 12 minuti. Nel frattempo, ricavare la polpa dal passion fruit, versarla in un pentolino e aggiungere miele e limone. Cuocere per 5 minuti con l’eventuale aggiunta dei semi di 1 baccello di vaniglia e tenere da parte. IN una ciotola mescolare il mascarpone con la panna, lo zucchero e il succo di passion fruit e montare il tutto con l’aiuto di una planetaria o delle fruste elettriche. SErvire il tortino al cioccolato con una guarnizione di mascarpone e salsa al passion fruit.

CARCIOFI CHE PASSIONE

Apparentemente coriacei e amarognoli, diventano morbidissimi e dolci se preparati con i giusti accorgimenti. QUALI SCEGLIERE: in cottura non sono necessari carciofi di particolare eccellenza, ma in generale è consigliabile scegliere quelli con le spine perchè sono più teneri. Solo alcune ricette tipiche richiedono le mammole. COME PULIRLI. staccate i gambi, eliminate le foglie esterne più coriacee e tagliate le punte. Ora private i carciofi del fieno centrale con uno scavino. SE dovete utilizzarli a fettine, invece, tagliateli a metà per eliminare il fieno più facilmente e poi affettateli. I GAMBI: sono buonissimi e più dolci dei carciofi stessi. Sbucciateli con un pelapatate o un coltellino e tagliateli a tocchetti: potete lessarli e condirli con olil, aglio e prezzemolo oppur rosolarli. Serviteli come contorno per arricchire una pastasciutta. EVITARE L’OSSIDAZIONE: appena tagliati, carciofi e gambi vanno necessari tuffati in acqua acidulata per evitarne l’ossidazione, cioè l’annerimento. L’acidulazione si ottiene mescolando l’acqua, non con l’aceto paradossalmente, ma con qualsiasi ingrediente ricco di vitamina C: di solito il succo di limone, o altri agrumi, ma anche gambi di prezzemolo, un buon modo per non sprecarli, foglie di spinaci spezzate, fette di kiwi o di patata. Altri ingredienti dal potere antiossidante sono la farina bianca e l’acqua frizzante, usata in purezza senza altre aggiunte. LO SBIANCAMENTO: è una tecnica per far mantenere agli ortaggi lessati un colore brillante: basta tuffarli in acqua e ghiaccio dopo averli scolati e lasciati raffreddare. E’ indicata per i carciofi che dopo la lessatura tendono a ingrigire e per gli ortaggi verdi in generale.